Con l’avvicinarsi dell’appuntamento del 2020, anno in cui Fiume sarà “Capitale europea della cultura”, riemerge la questione del bilinguismo

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A 65 anni di distanza dalla sua improvvisa abolizione nel 1953, il bilinguismo potrebbe rifare la sua apparizione nel centro di Fiume. Nel capoluogo del Quarnero, infatti, il consiglio comunale sta valutando l’opportunità di reintrodurre alcuni cartelli in lingua italiana, in vista soprattutto dell’appuntamento del 2020 , anno in cui la città sarà “Capitale europea della Cultura” . L’iniziativa, proposta dal partito “Lista per Fiume” (Lista za Rijeku), non ha tuttavia ancora convinto l’insieme delle forze politiche locali e sembra anche dividere la stessa comunità italiana, indecisa sul tipo di bilinguismo visivo da introdurre. Per il sindaco Vojko Obersnel, il tema “non rappresenta una necessità per la città”, ma il comune si dice comunque disponibile ad intavolare delle trattative per trovare “una soluzione culturale alla questione dei nomi storici delle vie e delle piazze”. Quale compromesso permetterà allora di presentare i nuovi cartelli come una ricchezza della città e non come il ricordo di vecchi rancori?

Una certa idea di bilinguismo

“Si tratta di rimediare ad un torto che è stato fatto alla città”, spiega Laura Marchig della Lista per Fiume, all’origine dell’iniziativa. “Bisogna ricordare che ‘Fiume’ è stato per secoli il nome storico della città e che nel 1700 l’italiano è succeduto al latino come lingua ufficiale – prosegue Marchig – dico questo per allontanare l’idea che l’italianità corrisponda soltanto al periodo fascista, quando, al contrario, si tratta di una storia ben più lunga e più radicata”. Il torto a cui fa riferimento Laura Marchig riguarda quanto avvenne nell’ottobre del 1953, quando “in una notte vennero scalpellate le targhe bilingue a Fiume, Albona, Cherso, Lussino, eccetera”. Quell’evento, che si iscrisse nel periodo in cui volgevano al termine i negoziati tra Italia e Jugoslavia per la definizione del confine, ha chiuso il capitolo del bilinguismo visivo a Fiume e potrebbe ora trovare – secondo l’esponente della Lista za Rijeku – una riparazione perlomeno parziale.

Diverse soluzioni sono però sul tavolo per rispondere alla richiesta del partito autonomista. Da un lato il bilinguismo formale, ovvero la traduzione in lingua italiana di tutti i cartelli presenti in città. Questo comporterebbe l’aggiunta di «via» e «piazza» a fianco di ogni «ulica» e «trg», così come l’uso del nome «Fiume» accanto a «Rijeka». Quest’opzione implicherebbe anche la modifica dei documenti ufficiali ad ogni livello qualora la città vi sia menzionata (come avviene oggi per Pula/Pola, Rovinj/Rovigno e altre città dell’Istria). Una seconda possibilità, avanzata dal sindaco Obersnel, presenta invece “un approccio culturale” alla questione. Il comune interverrebbe sulla toponomastica, associando agli odonimi attuali quelli del passato, mostrando così quante volte una via o una piazza di Fiume hanno cambiato nome nel corso del tempo. “Piuttosto che scrivere ‘piazza Ivan Kober’ sotto ‘trg Ivan Kober’, è più interessante dire ‘già piazza delle erbe’”, riassume con un esempio il sindaco Obersnel.

“Ma una cosa non esclude l’altra!”, interviene Laura Marchig, interrogata su quale delle due vie sia preferibile. “Ho invitato i membri della comunità italiana ad evitare di mettere paletti, altrimenti non si cambierà mai nulla”, aggiunge. “Il sindaco insiste sugli odonimi, noi invece sosteniamo il bilinguismo, anche perché in questo momento si sta violando la legge, dato che il trattato italo-croato del 1996 prevede che il bilinguismo sia introdotto in tutte le località dove la minoranza italiana è autoctona”, spiega Marchig. “Non facciamone una questione di lana caprina”, smorza i toni Furio Radin, deputato del parlamento croato rappresentante la minoranza italiana. “È vero che il trattato del 1996 – all’articolo 3 – prevede un’estensione graduale dei diritti e quindi anche del bilinguismo ed il comune di Fiume, in vista del 2020, farebbe bene ad applicare il trattato, ma io penso che sia opportuno depoliticizzare la faccenda”, sostiene Radin, che assicura comunque di avere “molte aspettative” nei confronti del sindaco.

Per Radin, se è vero che “il bilinguismo può soltanto fare bene ad una città”, è altrettanto vero che “se manca la sensibilità politica per reintrodurlo, trattiamo questa questione dal punto di vista culturale”. In altre parole, avvicinandosi alla proposta del primo cittadino, Furio Radin considera che “se a Zagabria, in città alta, hanno installato delle targhe in tedesco, anche a Fiume in città vecchia si possono mettere delle insegne in italiano”.

Una lunga storia

Nell’attesa di fare i conti con la politica fiumana e i numeri in consiglio comunale, la comunità italiana ha istituito una commissione incaricata di studiare il dossier e fornire una proposta quanto più possibile scientifica. Lo storico Ivan Jeličić figura tra i membri della commissione che sarà ufficialmente nominata a fine febbraio. Per lui, l’appuntamento di Rijeka 2020 rappresenta effettivamente “una delle ultime occasioni per fare qualcosa sul bilinguismo e dunque per fornire al comune un progetto valido”, ma assicura di capire le difficoltà con cui il dibattito avanza.

“È l’intera questione dell’identità di Fiume che emerge”, spiega Ivan Jeličić, che si chiede “che cosa rappresenta questa città?”. “Fino al crollo della Jugoslavia, Fiume era uno dei luoghi per eccellenza dello jugoslavismo, costruitosi attorno alla lotta contro il nazifascismo. Ma con la fine dell’ideologia socialista, si è alla ricerca di una nuova definizione. Reintroducendo i vecchi toponimi, si guarda ad esempio al periodo austro-ungarico, ma, in realtà, anche quell’identità è complessa”, analizza Jeličić, che aggiunge “si pensi ad esempio al caso del quartiere di Sussak (Sušak), che fino alla Seconda guerra mondiale rappresentava “la parte croata” della città ed era amministrato dalla Croazia-Slavonia, contrariamente al Comune autonomo di Fiume, amministrato dall’Ungheria”. “Fiume e Sussak sono ora un’unica città, ma hanno un passato diverso (al punto da essere state separate da un confine, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale) e l’aquila bicipite, recentemente ricollocata sulla Torre civica, non le rappresenta dunque entrambe, almeno non da un punto di vista prettamente storico”, conclude Ivan Jeličić.

Da Fiume a Strasburgo

Tutte queste questioni, soggiacenti al dibattito sul ripristino del bilinguismo visivo, saranno discusse nei prossimi mesi, con l’avanzare del cantiere di Rijeka 2020. Lo scoglio da sormontare, in ultima istanza sarà quello dei voti in consiglio comunale, dove oggi il sindaco Obersnel – in carica da un quarto di secolo – gode di una maggioranza risicata. “Seguo la politica fiumana dagli anni Novanta e mi aspettavo che, come abbiamo fatto noi in Istria, anche a Fiume sarebbero stati determinati nell’introdurre il bilinguismo visivo”, commenta l’eurodeputato Ivan Jakovčić, originario di Parenzo (Poreč). Il parlamentare europeo, eletto tra le fila della Dieta Democratica Istriana (Ids), spiega che “in Istria abbiamo diversi modelli di valorizzazione del bilinguismo. Il più marcato, chiamiamolo totale, lo troviamo ad esempio a Buie, Umago, Cittanova, Verteneglio, Grisignana e Rovigno, ma non è sicuramente proponibile a Fiume”. Per il capoluogo del Quarnero, Jakovčić suggerisce “un bilinguismo visibile nella sua città vecchia” e un dialogo tra le diverse parti di Fiume. “Essendo una persona che si batte fortemente per il principio di sussidiarietà, sono convinto che i quartieri cittadini dovrebbero avanzare una propria soluzione”, conclude Jakovčić. Che sia l’inizio di un dibattito sull’identità di Fiume?

Giovanni Vale, pubblicato sul sito dell’Osservatorio Balcani Caucaso

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