Allegro brillante, allegro vivace, allegro assai, allegro con brio, allegro ma non troppo, allegro moderato

0

copertinaL’italiano ha contribuito alla costituzione del lessico specifico della musica classica. Ne parliamo con Ilaria Bonomi, curatrice, con Vittorio Coletti, del volume “L’italiano della musica nel mondo”.

Basso, contralto e soprano, pianoforte, violoncello, contrabbasso. Possiamo dire che la musica parla italiano?
I termini musicali in molte lingue sono in gran parte di origine italiana. È straordinaria la diffusione di italianismi musicali prima di tutto nelle lingue europee: tedesco (la lingua che ha un numero maggiore di italianismi musicali), francese, inglese, spagnolo, catalano, ungherese, russo, danese, islandese, albanese; meno ricettive, invece, sono state altre lingue, come svedese e polacco. Ma anche alcune delle lingue extraeuropee, come il giapponese e il turco (meno ricettivo il cinese) hanno importato termini musicali dalla nostra lingua. Naturalmente questa ricca esportazione lessicale si lega al prestigio della nostra musica, soprattutto tra ‘600 e ‘900: dopo, naturalmente, per i generi moderni, domina l’inglese.
Le voci, importate in forma integrale o adattata alla lingua accogliente, sono relative all’opera (le voci baritono, basso, tenore, contralto/alto, soprano mezzosoprano; termini fondamentali come opera, aria, recitativo, libretto), agli strumenti (violino, viola violoncello, clavicembalo, pianoforte), ai nomi di composizioni (duetto, quartetto, terzetto, canzone, canzonetta), e naturalmente alle denominazioni di movimenti e al lessico della partitura (adagio, allegro, andante, presto, ecc.). A questo proposito è interessante osservare nel corso dell’800 il passaggio progressivo dall’uso dell’italiano nelle denominazioni dei movimenti a quello del francese e del tedesco da parte dei grandi compositori, come Beethoven, Schubert, Schumann, Debussy, Ravel.
Un predominio assoluto, quello della musica e della terminologia italiane, i cui limiti sono soprattutto cronologici: esaurendosi con il XIX secolo, si è fermato prima della nascita di generi tipicamente novecenteschi, a cominciare dal jazz, che hanno comportato la diffusione di strumenti di tipo nuovo, come quelli elettrici ed elettronici, o già esistenti ma destinati ad un grande sviluppo, come quelli a percussione.
L’italianismo musicale mostra la sua natura prettamente settoriale, divergendo anche significativamente nella cronologia rispetto all’influsso culturale e lessicale italiano generale sulle altre lingue: in particolare, inglese e tedesco mostrano una forte influenza del prestito italiano nella musica nel XVIII secolo, mentre l’influsso lessicale italiano generale, più rilevante nei secoli precedenti, è in forte recessione a causa del diminuito prestigio della cultura italiana all’estero.

Che ruolo svolge l’opera classica nella diffusione della nostra lingua?
L’opera italiana, nata all’inizio del ‘600, si è diffusa in Europa, più o meno velocemente e profondamente a seconda dei paesi, e ha avuto, com’è noto, una presenza straordinaria soprattutto nel ‘700 e nell’800, invadendo anche, con l’emigrazione degli italiani nelle Americhe, i teatri nord- e sudamericani. L’opera e i suoi libretti, con autori quali Metastasio e Da Ponte, hanno avuto un ruolo importantissimo nella diffusione della nostra lingua in molti paesi: certo, si trattava di una lingua tutta speciale, squisitamente letteraria e, specie nell’800, più anticheggiante ancora del linguaggio poetico, di per sé conservativo. Librettisti verdiani come Piave o Cammarano offrono un modello di lingua ben poco funzionale all’apprendimento dell’italiano, ma questo italiano ha avuto davvero una grande fortuna nel mondo. Oggi, nell’ambito delle motivazioni culturali per le quali si studia l’italiano nel mondo, l’interesse per la musica italiana è tra i più significativi: il prestigio e la diffusione della musica, e soprattutto dell’opera, sono ancora molto vivi, e la prassi di cantare le opere nella lingua originale, affermatasi dagli anni ’70 del ‘900, favorisce l’uso dell’italiano, data l’alta percentuale di opere italiane nei programmi dei teatri d’opera mondiali. Naturalmente è necessario un lavoro di decodifica e in qualche modo di traduzione in italiano moderno e comune della lingua dei libretti della tradizione: ed è quello che fanno insegnanti di italiano nei conservatori stranieri e manuali destinati a discenti di tutto il mondo. I fruitori dell’opera nei teatri mondiali hanno ormai, per fortuna, quasi sempre sotto gli occhi la traduzione nella loro lingua materna.

Nel libro si parla anche della musica più recente, dalle canzoni di Domenico Modugno a quelle di Laura Pausini.
La canzone italiana ha avuto grande successo a partire dalle sue origini, dall’inizio del novecento, anche favorita dai grandi tenori come Enrico Caruso. Per tutto il secolo ha avuto una straordinaria presenza, e ancora oggi nomi come Laura Pausini, Eros Ramazzotti e Andrea Bocelli sono noti in tutto il mondo. Il saggio di Lorenzo Coveri documenta e illustra le dieci canzoni più diffuse all’estero, da ‘O Sole mio, a Con te partirò, passando naturalmente per Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno.

La musica leggera riesce ad avere la stessa forza di diffusione linguistica dell’opera ottocentesca?
Certo la canzone italiana, molto presente nel mondo, ha avuto ed ha un ruolo altrettanto importante nella diffusione della nostra lingua. Ma si tratta di una diffusione molto diversa, sia per la maggiore varietà socio-culturale dei suoi fruitori, sia per il fatto che all’effettivo uso della lingua italiana (ma anche del dialetto soprattutto napoletano) la canzone affianca, o sostituisce, una diffusione di temi e stilemi che hanno a che fare con l’italianità, se non proprio con l’italianismo: lo documenta molto bene Stefano Telve nel suo saggio.

Un capitolo molto interessante è quello che intreccia la musica alle seconde generazioni, ai nuovi cittadini italiani
Gabriella Cartago, linguista esperta sia di canzone sia di ‘nuovi italiani’, nel suo Ius Music (ispirato naturalmente a ius solis, ius sanguinis), si ferma a riflettere e documentare come nel rap di alcuni nuovi italiani si presentino temi relativi alla loro identità culturale e di origine. Il rap si presta molto bene ad un’analisi come questa, in quanto genere musicale in cui le parole hanno un ruolo particolarmente importante, e soprattutto per la sua funzione forte di protesta sociale.

Chiudiamo con una interessante notizia: sta per uscire una seconda edizione del volume in cui confluiranno due interventi di Felice Liperi, sulla canzone italiana all’estero e di Elisabetta Fava, sull’opera, proposti durante la presentazione del libro che si è tenuta presso l’Accademia della Crusca il 15 gennaio del 2016.

 

Ilaria Bonomi insegna Linguistica dei media e Linguistica italiana e drammaturgia all’Università di Milano: si è occupata in particolare di lingua dei media, di storia della grammatica, di lingua e musica. Tra i suoi volumi, su lingua e musica Il docile idioma, Bulzoni, 1998, e, con E.Buroni, Il magnifico parassita, Franco Angeli, 2010; sui mass media, L’italiano giornalistico dai primi del ‘900 ai quotidiani on line, Cesati, 2002, con A.Masini, S.Morgana Lingua italiana e mass media, Carocci 2003 e n.ed. 2016, con G. Alfieri, Gli italiani del piccolo schermo, Cesati, 2008, Lingua italiana e televisione, Carocci, 2012.

 

Condividi

I commenti sono chiusi.