Mediterraneo: storie di migrazioni, di popoli, di parole, di linguaggi.

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prima_di_copertinaCome abbiamo detto più volte durante i lavori del nostro seminario “Italiano ponte tra le culture nel Mediterraneo” per la nostra lingua l’orizzonte del Mediterraneo è assolutamente inevitabile: lingua d’incontro, di cultura, di valori e di sofferenza. Lingua di affinità storica che diventa anche lingua di tolleranza e di reciproca accettazione. Oggi di “Parole migranti” nella regione mediterranea parliamo con Roberto Sottile, autore con Giovanni Ruffino, di un volumetto agile e stimolante, diretto alle scuole.

Cominciamo col definire il nostro scenario: cos’è il Mediterraneo?
Con Fernand Braudel, diremmo «non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia. Significa sprofondare nell’abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta o alle piramidi d’Egitto. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell’ultramoderno: accanto a Venezia, nella sua falsa immobilità, l’imponente agglomerato industriale di Mestre; accanto alla barca del pescatore, che è ancora quella di Ulisse, il peschereccio devastatore dei fondi marini o le enormi petroliere. Significa immergersi nell’arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupire di fronte all’estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto, e che da secoli sorvegliano e consumano il mare». Sul piano linguistico, sono assai interessanti da un lato i rapporti tra latino, greco e dialetti berberi poi arabizzati; dall’altro i rapporti tra questi e l’italiano (con i suoi dialetti), lo spagnolo, il catalano, il francese, le lingue dell’area balcanica. Ma non mancano casi di movimenti linguistici pluridirezionali, con irradiazioni multiple e diffusioni e sedimentazioni circolari.

 

Parole che crescono in uno scambio continuo tra oriente e occidente, che si rincorrono, si tramutano portando sempre con sé le proprie radici.
Le parole viaggiano e penetrano con diversa forza espansiva. Per esempio, a proposito del nome del sesamo, l’arabismo ǵulǵulān, è attecchito parallelamente in Sicilia e nella Penisola Iberica. È come se dall’area maghrebina fossero partiti due carichi, una verso la Spagna, l’altro verso la Sicilia. Così, gli spagnoli ebbero i loro semini di aljonjolì e i portoghesi quelli di gergelim, mentre il carico siciliano consegnò nei porti dell’Isola la giuggiulena che da qui mosse verso il Continente (italiano giuggiolena). Altrettanto generoso fu lo spagnolo che permise alla parola di varcare i confini francesi. A volerci ben pensare, molti degli arabismi che viaggiano attraverso il Mediterraneo appartengono al mondo dell’agricoltura. L’impressionante abbondanza di arabismi europei di ambito agricolo ci racconta una storia per la quale l’arabo è stato per i nostri avi ciò che l’inglese è oggi per noi. Ecco perché il Mediterraneo resta, anche retrospettivamente, un grande laboratorio di multiculturalità, uno straordinario crocevia di flussi culturali la cui complessità è svelata dalle “parole migranti”.

 

La parte principale però la fa la cucina, il cibo, in una traversata di sapori e di ricette che viaggiano attraverso i contatti, i viaggi, la trasmissione orale.
Sapori esotici e ricette complesse, ma anche “concetti di base”. Più in generale, tra le parole e le cose dell’alimentazione spicca, certamente, il cùscusu (questa la pronuncia siciliana). Le vie del cous-cous nel Mediterraneo sono state più volte ricostruite. Dal Maghreb il prodotto si diffuse in tutto il Tirreno, probabilmente introdotto dai pescatori di corallo genovesi che vivevano nell’isola di Tabarca, spostatisi poi nel 1720 a Carloforte e a Calasetta, in Sardegna, e poi in Spagna e in Liguria. In Sardegna il maghrebino kuskussù prese il nome di soccu, in Liguria di succu, a Carloforte e Calasetta di cascà. D’altra parte, in Sicilia la pratica tradizionale del cùscusu è arealmente limitata alla provincia di Trapani (con le Egadi e Pantelleria), ed è prevalentemente a base di pesce (esiste anche un cùscusu con pistacchi, che si prepara in un monastero di Agrigento). Comunque, è indubbio che la cucina medievale sino al XIV e XV secolo si sviluppi con forti differenziazioni e rotture rispetto alla gastronomia antica. In Sicilia, per esempio, non mancano esempi di compresenza di “dolce” e “salato”: a Modica, nel Ragusano, un tipo di pasticcini (mpanatigghi) ha un ripieno di tritato di carne addolcito con miele e zucchero.

 

Un interesse speciale lo hanno anche le parole che vengono definite nel libro “cavalli di ritorno”.
Sono detti “cavalli di ritorno” i termini di una lingua che, penetrati in una o più lingue di ceppo diverso, sono stati poi accolti in una o più lingue appartenenti allo stesso ceppo della lingua da cui essi “erano partiti”. Spesso ci capita di sentire o usare la parola budget: è vero che nella nostra lingua arriva dall’inglese, di ceppo germanico, ma in inglese è arrivata dal francese, lingua come l’italiano di ceppo neolatino. La parola risale al latino gallico BULGA “sacco” o “tasca”. Era in particolare il sacco in cui i pastori riponevano il pezzo di formaggio che avrebbero consumato frugalmente nel corso della loro dura giornata di lavoro. Dal latino gallico BULGA si è poi sviluppato nel francese antico la parola bouge “valigia” e poi ancora bougette “sacca da viaggio”. È questa la forma alla base dell’inglese budget “bilancio, bilancio preventivo”.

Il libro è il primo della nuova collana “Piccola biblioteca per la scuola”. Ne avete già altri in programma?
Si tratta di una collana con la quale il Centro di studi filologici e linguistici siciliani, editore del libro, ribadisce il proprio impegno nei confronti della scuola. Il Centro annovera tra le pubblicazioni opere fondamentali (vocabolari, saggi storico-linguistici, l’Atlante Linguistico della Sicilia, Edizioni critiche, prima fra tutte quella della Scuola Poetica Siciliana). “Parole migranti”, con la sua copertina di barchette che portano parole (pensata da Giovanni Ruffino, Presidente del Centro e coautore del libro, e realizzata da Pino Aiello che ha anche disegnato le quaranta cartine del libro), è dedicato agli insegnanti, agli studenti e alle loro famiglie. Quanto alla programmazione della collana, è di poche settimane fa la notizia che l’Unesco ha riconosciuto patrimonio dell’umanità il centro storico arabo-normanno della città di Palermo. Vorremmo, allora, provare a tracciare un parallelo percorso linguistico attraverso i normannismi e gli arabismi connessi all’architettura e alla toponomastica. Nella collana, con la sua attenzione al mondo giovanile, confluirà anche un volumetto sull’uso del dialetto nella canzone di oggi. È inoltre già in programma un breve saggio sul pregiudizio linguistico dei giovani e dei bambini italiani.

Poiché il destinatario principale della collana è il mondo della scuola, riuniremo nel prossimo settembre i molti insegnanti, che si sono formati anche presso il Centro Studi e che continuano a collaborare con noi, per capire come poter tradurre “Parole migranti” in una serie di “unità didattiche”.

 

Roberto Sottile insegna Linguistica italiana nel Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Palermo. Fa parte del Comitato Scientifico dell’Atlante Linguistico della Sicilia (ALS), nel cui ambito lavora principalmente alla sezione etno-dialettale, e dirige la Collana “L’ALS per la scuola e il territorio”. Si è occupato principalmente di lessicografia geo-etnodialettale (“Lessico dei pastori delle Madonie”, Centro di studi filologici e linguistici siciliani 2002; “Vocabolario Atlante della cultura dialettale. Articoli di saggio”, con altri, Centro di studi filologici e linguistici siciliani 2009; “Lessico della cultura dialettale delle Madonie. I. L’alimentazione, II. Voci di saggio”, con Massimo Genchi, Centro di studi filologici e linguistici siciliani 2010-2011;). Ha anche dedicato una particolare attenzione al rapporto tra dialetto e mondo giovanile. In quest’ambito si segnala il recente libro intitolato “Il dialetto nella canzone italiana degli ultimi venti anni” (Aracne 2013). Sta attualmente lavorando su “Le parole del tempo perduto, ma anche quelle di Salvo Montalbano”, una ricognizione con storia delle parole sui meridionalismi dialettali impiegati negli autori plurilingue contemporanei.

 

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