Splash, gulp, clap, crash, boom, sob!!! – Parola di papero. Storia e tecniche della lingua dei fumetti Disney

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copertina“Parola di papero – Storia e tecniche della lingua dei fumetti Disney”, Franco Cesati editore, è dedicato alle caratteristiche linguistiche dei fumetti Disney made in Italy dagli anni ‘50 ad oggi. Frutto di una ricerca di dottorato all’università di Heidelberg di Daniela Pietrini il volume mette in relazione la lingua dei fumetti con l’italiano contemporaneo.

Daniela Pietrini, ma come le è venuto in mente una ricerca proprio su questo argomento?
All’origine c’è un grande amore per i fumetti e in particolare per le storie di Paperino e Topolino. Da piccola mia madre mi comprava Topolino ogni settimana e me lo leggeva mentre io ascoltavo e guardavo i disegni. Quando eravamo al mare ricordo che dopo un po’ arrivavano tanti altri bambini che si sedevano sotto l’ombrellone a “sentire” le storie a fumetti insieme con me. Da grande ai ricordi si è aggiunta la curiosità della linguista per un linguaggio originale, infarcito di elementi eterogenei, di citazioni deformate, di parole inventate, a volte anche poco realistico (i personaggi dei fumetti Disney ad es. usano sistematicamente il Voi e mai il Lei di cortesia, negli anni ‘50 come oggi), eppure così vivace.

90 storie pubblicate su Topolino dagli anni 50 al 2000. Molti gli spunti. Primo fra tutti una punteggiatura molto originale, caratterizzata dalla quasi totale mancanza del punto fermo e dalla sovrabbondanza di punti esclamativi.
Il rapporto del fumetto Disney con gli anglicismi è duplice. Da un lato ci sono gli ideofoni di origine anglo-americana, quelle “paroline” spesso onomatopeiche che riproducono più o meno convenzionalmente un suono o un rumore e che sono ormai parte integrante del linguaggio del fumetto in generale. Per quanto nei fumetti Disney si trovino anche creazioni originali italiane (come spenn per il rumore che si fa strappando una piuma a un papero), gli autori hanno attinto a piene mani al repertorio tradizionale di ideofoni sulla base di verbi inglesi come gulp, sigh, sob. Dall’altro lato ci sono gli anglicismi veri e propri, prestiti dall’inglese della lingua della musica, del linguaggio giovanile ecc. In questo caso i fumetti fino a tutti gli anni Settanta hanno preferito evitare gli anglicismi che rischiavano di non essere compresi dai lettori, optando piuttosto per ispanismi più o meno maccheronici, mentre nei fumetti più moderni gli anglicismi entrano in maniera massiccia interessando i campi più svariati, dal mondo della tv e del cinema (pulp, trash, fan club, soap ecc.) all’economia e al web (hacker, file, password).

Come sono stati scelti i nomi dei protagonisti disneyani?
A parte qualche personaggio come Paperinik o Brigitta, inventati dagli sceneggiatori italiani, i protagonisti delle storie sono generalmente di origine americana. Pertanto gli autori hanno dovuto scegliere se riprendere integralmente i nomi originali (come per Pluto), tradurli (Clarabella da Clarabelle Cow) o adattarli liberamente. Nella maggior parte dei casi hanno scelto l’adattamento mettendo in primo piano la specie animale di riferimento (Paperino da Donald Duck) e a volte addirittura sopprimendo il nome di battesimo del personaggio (Topolino da Mickey Mouse). Il meccanismo più frequente è quello dell’alterazione, che produce non solo diminutivi come Paperino, Paperina, Topolino, ma anche accrescitivi (Paperon de’ Paperoni) e alterati di vario genere (Paperetta, Paperella, Miss Paperett, Paperello ecc.). Ma la fantasia creatrice degli autori disneyani si scatena soprattutto nella denominazione delle cosiddette comparse, ossia dei personaggi secondari inventati per una singola storia. Particolarmente divertenti sono i nomi che deformano parodicamente quelli di personaggi famosi, per cui Montalbano diventa Topalbano, Vincenzo Mollica diventa Paperica, Claudio Cecchetto si trasforma in Claudio Becchetto ecc., spesso con un riferimento o ai termini topo o papero usati come base per la formazione del nome proprio (topo > Topalbano), o a parti del corpo di paperi o topi opportunamente mascherate (becco > Becchetto). Altre volte invece dietro il nome si cela una qualità/attività del personaggio, per cui uno scrittore si chiamerà Mc Write, un avaro nell’antica Efeso Takkagnidis ecc.

Secondo lei quale contributo ha dato la lingua dei fumetti all’italiano?
Dal punto di vista della storia della lingua, un fumetto come quello disneyano, pubblicato senza interruzioni dalla fine degli anni ‘40 fino a oggi, ha accompagnato il cammino linguistico degli italiani nell’età repubblicana alla conquista di una varietà informale nazionale non marcata in senso diatopico (cioè non dialettale). In quanto imitazione, e spesso deformazione ludica, del linguaggio della comunicazione informale quotidiana, il fumetto, insieme a altri media maggiori quali la tv, ha contribuito a superare la formalità dell’italiano di matrice letteraria. Rivitalizzando svariati elementi della tradizione e accogliendo man mano tecnicismi, gergalismi, anglicismi, il fumetto ha fornito un modello valido di scrittura colloquiale espressiva accompagnando alcuni sviluppi dell’italiano contemporaneo, se non in parte anticipandoli (come nel caso della punteggiatura espressiva).

Il termine fumetto nasce negli anni ’50. Oggi vanno molto le grafic novel, termine che abbiamo tradotto in italiano con “romanzo a fumetti”. Uno spunto per il suo prossimo lavoro?
I romanzi a fumetti rappresentano un campo di ricerca finora poco esplorato dai linguisti. L’interesse maggiore mi sembra costituito dagli strumenti linguistici messi in atto per realizzare un fumetto di ampio respiro, non seriale e solitamente di ispirazione seria se non drammatica. Attualmente sto studiando le grafic novel italiane nell’ottica dell’uso delle varietà, soprattutto quelle diatopiche (dialetto e italiano regionale), come strumento narrativo per dare rilievo agli snodi della trama, alle ambientazioni e ai personaggi disegnati (mi riferisco all’uso del dialetto in romanzi a fumetti come “5 è il numero perfetto”, premio Comic des Jahres -Miglior fumetto dell’anno alla Fiera di Francoforte del 2003, e “Canale Mussolini”, trasposizione a fumetti del romanzo con cui Antonio Pennacchi ha vinto il Premio Strega nel 2010).

 

Daniela Pietrini è ricercatrice di Linguistica italiana e francese e professore abilitato presso l’Istituto di Filologia romanza dell’Università di Heidelberg (Germania). Si occupa prevalentemente di storia della lingua, formazione delle parole, lingua dei media, semantica e analisi del discorso. È autrice dei volumi Parola di papero. Storia e tecniche della lingua dei fumetti Disney (Cesati, 2009) e Sprache und Gesellschaft im Wandel? Eine diskursiv basierte Semantik der “Familie” im Gegenwartsfranzösischen am Beispiel der Presse (in stampa presso Peter Lang), nonché di vari contributi sull’italiano e sul francese contemporanei. Ha inoltre curato diversi volumi tra cui Die Sprache(n) der Comics (Meidenbauer 2012) sul linguaggio del fumetto, e la miscellanea “Noio volevàn savuàr”. Studi in onore di Edgar Radtke per il suo sessantesimo compleanno (Lang 2012).

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