L’Accademico Rosario Coluccia propone una riflessione sul futuro dell’insegnamento universitario italiano.
Un articolo di Renato Mazzoncini, apparso sul “Corriere della Sera” del 18 agosto, avanza proposte per favorire l’ingresso nel nostro Paese di un’immigrazione qualificata: per un reale mercato unico europeo “occorre rimuovere barriere burocratiche, fiscali e linguistiche”. Tra le proposte avanzate (semplificare i visti, legalizzare i documenti di studio esteri e la conversione dei titoli, incrementare gli studentati per fuori sede, ecc.) una riguarda esplicitamente l’università e le istituzioni che si occupano di questioni linguistiche (come l’Accademia della Crusca): “costruire un’offerta molto più ampia di corsi, anche triennali, interamente in lingua inglese”.
Non si tratta di una proposta nuova (ad essa ha prontamente replicato Michele Gazzola in una “Opinione” apparsa sull’edizione online dello stesso “Corriere” il 21 agosto [www.corriere.it/opinioni], mettendone in luce molti aspetti problematici): l’istituzione di corsi interamente in lingua inglese rimonta agli anni dieci di questo secolo, ve ne sono in molte università e, per dirla tutta, non hanno generato un aumento consistente delle iscrizioni di studenti stranieri nelle nostre università, come del resto le statistiche fornite dallo stesso Mazzoncini testimoniano in maniera inequivocabile; sono stati tenuti, nella loro stragrande maggioranza, da docenti italiani anche a studenti italiani, che avrebbero potuto comunicare tra loro (con miglior profitto) in italiano. Da subito apparve evidente il rischio connesso alla sostanziale, progressiva espulsione dell’italiano dall’università (questa è la conseguenza), in corsi (che magari parlano di Dante o di Montale, di Caravaggio o di Verdi o di Luchino Visconti, di Balzac o di Kant) rivolti agli studenti stranieri e obbligatoriamente frequentati anche da studenti italiani, tutti danneggiati dall’erogazione in inglese che appiattisce i contenuti (come si vedrà dopo). La salvaguardia dell’italiano come lingua della comunicazione accademica e scientifica non risponde a una logica provinciale: se l’italiano è ridotto al rango di lingua minore, incapace di esprimere contenuti culturali seri e di inserirsi a pieno titolo nel contesto scientifico internazionale, si assegna ad esso (lo si faccia volontariamente o involontariamente) il connotato di mezzo comunicativo idoneo solo alla quotidianità o magari al divertimento e all’evasione, ma di fatto internazionalmente subordinato all’inglese ben più di quanto lo siano il francese, lo spagnolo e il tedesco, che una qualche resistenza all’anglificazione globale riescono a opporre. Inoltre la mancata conoscenza dell’italiano da parte dei laureati stranieri ne impedirebbe o almeno ne ostacolerebbe l’inserimento anche lavorativo nel paese che dovrebbe ospitarli dopo la laurea. Con il risultato paradossale che studenti stranieri laureati nelle nostre università con le nostre risorse sarebbero spinti a cercare lavoro fuori dalla penisola: avremmo cioè una inedita forma di emigrazione intellettuale che si unirebbe a quella già in atto dei laureati italiani, che emigrano perché all’estero trovano migliori condizioni di lavoro qualificato. Le conseguenze sociali ed economiche sono evidenti. E poi: siamo un paese tra i più attrattivi al mondo per arte, cultura, paesaggio. È giusto che gli studenti stranieri che frequentano per anni le nostre università vivano in una bolla anglofona e si permettano di trascurare l’apprendimento dell’italiano, senza comunicare con colleghi, con professori, con la comunità in cui vivono?
