Lupetto, ottomano, cardigan, eden. Le parole della moda

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copertina-moda_3Quest’anno la Settimana della lingua italiana che si svolgerà dal 17 al 23 ottobre sarà dedicata alla creatività italiana e ai suoi marchi, ed in particolare ai settori della moda, dei costumi e del design, come recita il titolo “L’Italiano e la creatività: marchi e costumi, moda e design”

Ma come si riesce a declinare il tema della moda legandolo alla lingua e alla letteratura italiana? L’idea nasce a Zurigo, al convegno dell’American Association for Italian Studies, come ci racconta Anna Canonica-Sawina, autrice già venti anni fa di un dizionario della moda, il primo dall’epoca fascista.
Infatti, il Commentario dizionario italiano della Moda curato dal giornalista Cesare Meano edito nel 1936 fu il primo del genere. Bisogna sottolineare che negli anni Trenta in Italia gli addetti ai lavori dell’industria dell’abbigliamento usavano soprattutto espressioni francesi. La politica autarchica cercò di introdurre al loro posto parole italiane, tra cui voci abbastanza bizzarre. Poi ci fu un lungo silenzio. Benché la moda italiana viaggiasse a gonfie vele, nessuno si prese la briga di fare un’indagine sul suo linguaggio. Le mie prime ricerche risalgono agli anni Ottanta, quando – sembra surreale – non c’era ancora internet. Per sei anni indagai direttamente sul campo, nelle sartorie, nelle fabbriche di filati e tessuti, alle fiere di moda; analizzai manuali sulla storia della moda, lessi montagne di riviste e pubblicazioni inglesi e francesi soprattutto sui singoli stilisti. È stato abbastanza difficile mettere assieme un corpus di informazioni plausibili. Fu una bella sfida! Infine nel 1994 venne pubblicato il mio Dizionario della moda. Ora è stato il mio editore a farmi riprendere il tema, ma ovviamente i cambiamenti linguistici sono ingenti, quindi ho rianalizzato, aggiornato e modificato l’impostazione, arricchito con nuovi aspetti, curiosità e aneddoti dando un quadro generale non solo del linguaggio, ma dell’italian fashion.

“Le parole della moda. Piccolo dizionario dell’eleganza” ha un’interessante introduzione che contestualizza il tema e racconta il cammino della moda italiana verso il successo mondiale a cominciare dagli anni ’30 del 1900.
La storia, esplicativa, talvolta imbarazzante e seccante, ma assolutamente da vagliare, è essenziale per capire come l’industria italiana dell’abbigliamento sia arrivata ai vertici mondiali. Niente nasce per caso. Indubbiamente un ruolo determinante hanno avuto il buon gusto, l’eleganza, l’artigianalità, la competitività e la voglia di rifarsi, la fantasia e la versatilità degli italiani. Qui va detto che in Italia – anche quando Italia non era – c’era sempre stata la tendenza di vestirsi bene. Un primato si era già verificato durante il Rinascimento, periodo in cui le corti italiane – Mantova, Ferrara, Firenze – dettavano la moda a livello europeo. Isabella d’Este immortalata in un ritratto, uno schizzo, da Leonardo, era considerata la più bella donna dell’epoca ed era lei a dettare la moda. Ho scritto sullo specifico nel mio libro sulla nascita del Rinascimento fiorentino. Verso la fine dell’Ottocento Napoli era una città elegantissima, con tante famose sartorie e negozi di abbigliamento e accessori mentre Gabriele D’Annunzio era il modaiolo par excellence, copiato persino dai francesi! Nel dopoguerra diverse sartorie italiane erano già note fuori dai confini della nostra penisola, le calzature più belle e comode erano quelle italiane (Ferragamo ha spianato la strada negli Stati Uniti). Si è iniziato a puntare su quel ramo dell’industria ed è stato un successo internazionale con una catena di nomi che sono entrati nell’Olimpo della moda e vi sono rimasti fino a oggi.

Un capitolo fondamentale è quello che riguarda i continui e famosissimi rimandi tra la moda e il cinema.
Sarebbe un sacrilegio omettere questo connubio. Già ai tempi del cinema muto i costumi ebbero un ruolo essenziale per l’industria cinematografica. Hollywood ne seppe fare un culto. Marlene Dietrich, Jean Harlow, Lauren Bacall, Marilyn Monroe, Greta Garbo, Marlon Brando sono diventati leggende. E chi non conosce Casablanca, Gilda, o Colazione da Tiffany? Chi mai non ha visto Humphrey Bogart e la Bergman infagottati nei loro trench, la seducente Rita Hayworth stretta nel tubino nero senza spalline che si toglie i lunghi guanti neri di satino o Audrey Hepburn con gli splendidi vestiti del suo prediletto Givenchy? Spostandoci in Italia: il cinema neorealista è diventato famoso in tutto il mondo, seguito dai capolavori di Fellini e Visconti e dalla popolarità delle attrici italiane come Sofia Loren e Gina Lollobrigida. Le grandi case cinematografiche degli Stati Uniti d’America giravano a Cinecittà e i divi di Hollywood come Liz Taylor e Richard Burton andavano pazzi per il Made in Italy. Tutto ciò ha avuto un impatto diretto sulla moda italiana.

Con uno stile leggero e una grafica invitante, il libro ci introduce nel mondo della moda e del suo linguaggio, facendoci scoprire come nascono i nomi, da dove vengono i termini, da dove si prendono gli spunti:denim e manila, abito ad anfora e a guaina, eden e ottomano, lupetto e cardigan.
Qui ci immergiamo nella ricerca linguistica vera e propria, nella formazione delle parole. Ci sono voci che derivano dal nome geografico, altre dal nome proprio di persona, altre ancora da nomi di piante o di animali, da nomi di sport; ci sono voci onomatopeiche e derivati, sinonimi ecc. Subito un esempio di un derivato dal nome proprio di persona: la birkin, nome di una borsetta molto esclusiva, sogno di parecchie signore, prodotta dal 1984 da Hermès, chiamata col nome della cantante-attrice Jane Birkin che, pare in aereo, durante un volo da Parigi a Londra diede l’idea a Jean-Louis Dumas, stilista di Hermès, per una comoda borsa femminile, elegante, ma non troppo formale e nel contempo abbastanza grande da poterci infilare fogli, agende, documenti senza dover ricorrere all’ingombrante 24-ore.

La moda è piena di termini stranieri. Prestiti linguistici da altri Paesi, dal francese, ovviamente, dall’inglese, certo, financo dal turco, dal malese e dall’indiano. Ma non può suggerirci il modo “di dirlo in italiano”, quando possibile?
Il modo di dirlo in italiano era esattamente lo scopo del manuale del 1936 di Meano. E dove siamo arrivati? Il linguaggio è strettamente connesso all’economia moderna, al consumo, alla globalizzazione, all’apertura dei mercati asiatici e ovviamente alla tecnologia globale. Internet e i diversi social network vi svolgono un ruolo-chiave. Da ciò risulta una fortissima anglicizzazione del linguaggio, con anglicismi che rimpiazzano i francesismi usati ancora 20 anni fa e che subentrano a velocità luce persino agli italianismi. Basta pensare a parole come outfit, look, brand, fashion, shorts già entrati persino nel linguaggio comune. Volentieri me ne sbarazzerei! Ma non sono io a decidere. Intanto la lingua italiana ne paga le conseguenze.

 

 

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