“Italiano per caso: storie di italofonia nella Svizzera non italiana”

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Italiano per caso PROVV.indd“Se uno svizzero mi chiedesse che cosa il suo Paese dovrebbe fare per la politica linguistica, gli risponderei: continuate così. Siete un vecchio stato, ma state suggerendo a un mondo globalizzato la strada della modernità” (Sergio Romano prefazione)

I dati proposti nel volume ”Italiano per caso” danno un nuovo profilo della minoranza italofona in Svizzera. Quali valori e potenzialità si svelano nel contesto di una Svizzera da sempre pluriculturale? Lo chiediamo a Verio Pini, coordinatore del gruppo di lavoro di Coscienza svizzera.
I dati cui lei allude confermano che l’italianità è presente su tutto il territorio, con un polo nella Svizzera italiana e un polo più consistente, diffuso capillarmente nel resto del Paese, ben sedimentato e in crescita; dal 2008 vi è un saldo migratorio annuale positivo e quella italiana resta la comunità di stranieri residenti più numerosa. Quasi una persona su otto in Svizzera ha un legame con l’italianità, in varia gradazione: è italofona, ha origini italiane, ha affinità con la cultura e la lingua italiana. Oltre i numeri, i dati ci dicono che questi italofoni – e certo non solo loro – passano costantemente e con disinvoltura da una lingua all’altra e convivono quotidianamente con le altre lingue nazionali, mostrando i limiti dell’omogeneità linguistica con la quale siamo soliti descrivere le diverse regioni del Paese. Il plurilinguismo di tutte queste persone chiede di rivedere il cosiddetto ‘principio di territorialità’, che oggi frena e ostacola la diffusione e la vitalità naturale della lingua italiana in Svizzera. Sembra dunque giunto il momento di risvegliare queste consapevolezze, tanto sull’estensione nazionale di questa presenza, quanto sul bisogno di rafforzare ovunque l’offerta di italianità nella scuola ai vari livelli e fare in modo che la lingua italiana resti ben presente nell’avvicendamento generazionale. Segnalo inoltre che è da poco disponibile anche una versione tedesca del nostro volume: Italiensch ohne Grenzen, pubblicata dall’editore Seismo di Zurigo.

Rosita Fibbi come spiega il sottotitolo del volume “Storie di italofonia nella Svizzera non italiana”? Nel libro ci sono i riassunti di storie di vita e italofonia di quattordici personaggi diversi. Qualche aneddoto che parla da sé?
Il libro racconta storie di un italiano “hors sol”. Privata del supporto legittimante dell’iscrizione territoriale, la lingua diventa esperienza della condizione individuale di diversità. Diversi perché vivono riferimenti multipli in un mondo che fa fatica ad accettare questa realtà. Rispetto alla competenza linguistica pienamente legittima sul territorio di residenza, l’italiano è una lingua considerata ‘intrusa’, socialmente non riconosciuta: la maestra di Vania Alleva ripete continuamente “non devi parlare italiano”. La chiusura del gruppo dominante provoca talvolta nei dominati una chiusura difensiva: “Era una bestemmia parlare il bernese in casa, i genitori si arrabbiavano molto” racconta Antonella. La trama che sottende molte testimonianze è quella del modo come ciascuno, a modo suo, è riuscito a vivere e far accettare la compresenza di lingue, la molteplicità delle appartenenze. Sidi, scolarizzata in italiano in Somalia, conclude: “nessuno spazio geografico è stato caratterizzato da un’unica lingua, da un unico riferimento culturale”. La pratica ‘diversa’ delle lingue avvicina mondi che si ignoravano: Carlo Sommaruga, patrizio ticinese, incontra così gli immigrati italiani a Ginevra, Sandro Contin conosce lo stile di vita degli operai metalmeccanici, Muriel Simon scopre … il Ticino. Permettendo di scoprire la condizione di minoranza, questa pratica dell’italiano fa da ponte tra maggioranza e minoranze.

La messa a confronto delle varie storie di vita è sintetizzata da Irene Pellegrini: in che misura questo approccio sociologico è complementare e in che misura invece sembra contrastare con l’approccio del linguista?
Ogni disciplina del sapere definisce il suo oggetto di interesse in modo diverso; è un po’ come guardare lo stesso paesaggio con lenti diverse, con gli occhiali da sole o col binocolo, per dire. Per questo, le scienze non dovrebbero in alcun caso contrastarsi ma contribuire, nel loro insieme, a guardare al mondo secondo punti d vista decentrati e diversi. “Italiano per caso” racconta dell’italofonia in Svizzera seguendo una prospettiva di osservazione specificatamente sociologica. Le lingue nel nostro studio sono pensate come traiettorie biografiche degli attori sociali, sono un racconto più che una competenza e vengono messe in relazione con altre sfere di vita degli intervistati come il senso di appartenenza nazionale, la mobilità, la traiettoria professionale e familiare. Chiaramente, essendo la lingua italiana e il suo significato per chi la parla il nostro primo interesse, la linguistica, ma soprattutto la sociolinguistica sono stati approcci di cui abbiamo letto e che ci hanno ispirato e indirizzato in maniera del tutto complementare e integrante rispetto alla prospettiva sociologica di fondo.

“Italiano per caso” trova le sue radice nei grandi cambiamenti sociologici inerenti la natura dell’immigrazione italiana e della loro presenza nei Paesi d’accoglienza. Il libro si conclude con un affermazione forte: l’italiano come presenza totale nello spazio nazionale svizzero. Sandro Cattacin, pensa sia superato il paradigma della minoranza?
Nelle società pluralizzate e democratiche, il concetto di maggioranza non ha più un contenuto fisso, ma è variabile. La maggioranza può costruirsi in tante varianti, proprio perché la realtà è plurale – o in altre parole, la realtà è costituita da minoranze che si accordano, come direbbe Rawls, su un consenso basato su idee diverse, ma sovrapposte. Che poi aspetti di queste minoranze vengano adottati da altri e da tanti si spiega in due modi: o sono imposti da dittature o sono diffusi pragmaticamente in un processo di apprendimento. Anche qui, la sociologia ci spiega come attraverso l’incontro tra le diversità si trasformi una società – pensiamo ad Allport o Habermas. Chi riprende idee e modi dell’altro, perché sono convincenti (perché creano emozioni gradevoli, sono ben argomentate, fanno stare meglio od altro), non modifica ma aumenta la propria complessità identitaria.  L’italiano in Svizzera ha aumentato la complessità del paese diffondendosi oltre che nei cantieri anche nei salotti, contaminando le altre lingue, gli stili di vita, la rappresentazione di se stesso. Da lì l’idea di un fenomeno totale. Non è una contaminazione unilaterale, ovviamente. L’Italiano che ritornava nel suo paese d’origine portava con sé anche quegli elementi che aveva apprezzato e assimilato nel suo percorso di mobilità modificando così i propri luoghi d’origine. In altre parole, attraverso la mobilità delle persone e la diffusione della comprensione dell’altro il mondo, un domani, potrebbe essere meno diviso.

Per finire all’economista Remigio Ratti, già presidente della CRI e attuale presidente di Coscienza svizzera, chiediamo quale potrà essere il posto dell’italiano, o meglio dell’italicità, nel contesto del quadrilinguismo svizzero e della globalizzazione?
L’italofonia e l’italianità si allargano all’italicità; è la tesi di Piero Bassetti. Questo vale a maggior ragione per la Svizzera, quando la dimensione della Svizzera italiana – i territori italofoni a sud delle Alpi – si accompagna a quella d’oltralpe, dove il sentire italiano è forte senza essere identificabile con un territorio. Il merito di questa ricerca è quello di andare al di là dei dati dell’italofonia (indicati nella prima pagina di www.coscienzasvizzera.ch). I risultati delle interviste dimostrano come non si tratti più solo di gestire, politicamente e amministrativamente, la “pace delle lingue”, ma piuttosto quella di valorizzare le nuove modalità di diffusione e di convivenza plurilingue. L’italicità può uscire vincente, ma questo scenario non è per nulla scontato senza una politica di “governanza” del quadrilinguismo svizzero di fronte alle sfide esterne. Il saggio si conclude così attingendo alle massime e proposte della Dichiarazione di Basilea 2014, nata a conclusione del seminario “Italiano sulla frontiera” realizzato in collaborazione con la Comunità radiotelevisiva italofona.

 

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