Grammatica in tasca: da tenere a portata di mano

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unnamed“Grammatica in tasca. Per scrivere parlare, leggere, digitare”.  Lorenza Alessandri nella tasca di chi vedrebbe bene questo manuale?
Mentre scrivevo il libro pensavo a chi è uscito dal biennio della scuola superiore, che è l’ultimo periodo in cui si studia sistematicamente grammatica.  Ho pensato a chi deve scrivere relazioni professionali, a chi produce testi e li pubblica sul web, a chi si appassiona alle questioni linguistiche (neologismi, femminili di professioni) e lo fa alla luce di nozioni e convinzioni maturate negli anni della scuola superiore, che a volte sono lontani.  Ho pensato a chi scrivendo ha dei dubbi (e i dubbi sono il sale della conoscenza, quello che la rende possibile) e ho pensato di scrivere qualcosa che potesse risolverli, questi dubbi.  Infine ho pensato ai miei studenti del triennio, a cui faccio approfondimenti grammaticali al volo, e ai miei colleghi, per proporre loro un nuovo modo di affrontare i temi grammaticali, che vengono trattati “al contrario” di come si fa di solito.

Il libro si divide in tre capitoli. Il primo ci parla del testo, dal latino textus, participio passato di texere. La trama e l’ordito. Ma cosa fa di un testo un testo?
Perché da parole e frasi sconnesse si passi a un testo vero e proprio – dando per scontato che ogni testo debba avere un contenuto, un’idea –  sono necessari ordine logico e correttezza formale. È qui che interviene la competenza grammaticale, che ci fornisce gli strumenti per organizzare un discorso grazie ai connettivi logici e che ci aiuta ad acquisire e padroneggiare gli strumenti espressivi per scrivere quello che pensiamo in modo che sia comprensibile, nello stesso modo in cui lo stiamo pensando, a chi lo legge. Questi strumenti rappresentano quello che in una tela sono i fili e i nodi, e trasformano parole e idee in qualcosa di chiaro e leggibile anche per chi non è nella nostra testa.

Nel secondo capitolo dal testo si passa alla frase che viene analizzata con la tecnica delle 5W+H. Che tradotto significa?
Le 5W+H sono le domande la cui risposta, nella tradizione del giornalismo anglosassone, costituisce l’ossatura di un articolo di cronaca.  In italiano le domande sono Cosa? Chi? Quando? Dove? Perché? e Come? che in inglese iniziano tutte con la W doppia: What? Who? When? Where? Why?  a cui si aggiunge la H di How? Le risposte a queste domande sono una buona base di analisi e studio di ogni testo perché forniscono le conoscenze minime che dovremmo avere di un argomento per averne un’opinione almeno minimamente informata. Inoltre sono un buon metodo per progettare un testo e memorizzare delle informazioni; io sono una grande fan dell’insegnamento metodologico e la mia esperienza, soprattutto con i più giovani, mi suggerisce che consolidare un metodo per raccogliere e memorizzare le informazioni essenziali garantisce una base su cui costruire conoscenze complesse, che è la sfida delle nuove generazioni.

Nel terzo arriviamo all’ortografia, gioia e dolore di grandi e piccini. I punti e le virgole, gli accenti e le maiuscole, un prontuario che può aiutare anche i più ferrati in materia. Ma le pagine, a mio avviso, più intriganti sono i capitoletti dedicati a tutti noi, dal titolo: “Lo sbagli anche tu?” con gli errori più comuni e ottimi consigli per evitarli e per dirimere i dubbi che tutti abbiamo avuto almeno una volta nella vita. È successo anche a lei?
Finita l’università cominciai a collaborare con una casa editrice come correttrice di bozze: ricordo lo shock di scoprire, come spiego a p. 85 del libro, che si scriveva disegniamo e non disegnamo.  Nella mia carriera scolastica non avevo mai riflettuto sulla grafia di quel tempo verbale, avevo acquisito degli automatismi che a un certo punto, scrivendo meno, si erano inceppati. Quella è stata la mia bestia nera, e infatti è diventata uno dei miei “pallini”: arrivai fino a litigare con un collega che insisteva nel dire che non ci voleva la i e che la mia era una generazione di insegnanti ignoranti perché insegnavamo che ci voleva. Insomma, questo per dire che nessuno è al riparo da un vuoto di memoria, o da una convinzione errata: la correttezza della nostra lingua va messa alla prova verificandola con gli strumenti che abbiamo a disposizione, perché l’errore è sempre dietro l’angolo, e di solito sbagliamo quando siamo più sicuri di noi stessi.

Difendere la lingua italiana, battersi per la lingua italiana, combattere per la nostra lingua. Questo gergo militare dà l’idea di un assedio, di un nemico alle porte, di una guerra già persa in partenza. E se invece imparassimo ad amare l’italiano, diffondere l’italiano, parlar bene la nostra lingua?
Mi piace dire che parlare una lingua esatta, come insegnava Calvino nelle “Lezioni americane” con cui infatti chiudo il libro, ci rende più felici perché il nostro cervello è felice di fare le cose per bene. Scarto il criterio estetico nelle questioni di lingua (anche se mi rendo conto che bello/brutto o mi suona/non mi suona sono criteri di valutazione della lingua che hanno un loro fascino) e preferisco l’esattezza.
La lingua italiana non corre pericoli estetici; al massimo subisce, come tutte le lingue, un processo di semplificazione lessicale che è naturale. Io, nel mio piccolo, cerco di sforzarmi di non cadere troppo spesso in questo errore, perché sono convinta che una lingua ricca e precisa arricchisca la mia vita di immagini e di pensieri che le parole comuni, spesso banali, tendono invece a impoverire. Per questo cerco di invitare i miei studenti a sforzarsi a scegliere la parola migliore; ma non è questione di lotta, è questione di avere un grande rispetto per la nostra umanità, che passa attraverso la lingua che usiamo.

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