(17/02/2026) Il contesto migratorio è profondamente mutato negli ultimi decenni. Un’evoluzione che influisce anche sulla lingua. Un progetto di ricerca partecipativo dell’Università di Berna e di due atenei del Belgio vuole fare luce su come l’italiano si trasforma.
All’inizio degli anni Novanta, durante un viaggio in Brasile, incontrai un giovane nato da genitori italiani, emigrati in Sudamerica dopo la Seconda guerra mondiale. “Parlo anch’io italiano”, mi rispose sorridendo, dopo avermi chiesto quale fosse la mia lingua. La comunicazione, però, si rivelò tutt’altro che semplice. Il suo italiano era un interessante e colorito intreccio di dialetto veneto e lingua di Dante, con diverse inflessioni brasiliane. Era una lingua che sembrava essersi cristallizzata all’epoca in cui i suoi genitori avevano lasciato l’Italia.
Gli italiani e le italiane continuano a emigrare. Il flusso ha ripreso a crescere soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008. Il profilo di chi cerca nuove opportunità all’estero non è però più quello degli anni Sessanta. Oggi, sono spesso persone con un livello di formazione elevato, mobili, digitalizzate e quotidianamente – o quasi – connesse con l’Italia.
Da una lingua “congelata” a una lingua dinamica
Una situazione quindi completamente diversa rispetto a quella del Dopoguerra. Anche dal punto di vista della lingua. Tanto che si può ipotizzare “una continuità con lo spazio linguistico italiano”, osserva Silvia Natale, docente di linguistica italiana all’Università di Berna.
Per esaminare da vicino queste dinamiche e il ruolo della mobilità nell’evoluzione della lingua italiana, l’Università di Berna, le università fiamminghe KU Leuven e VUB, in Belgio, in collaborazione con l’Università di Torino, hanno lanciato il progetto di ricerca MovITCollegamento esterno , che sta per Moving Italian(s). Il fatto che lo studio sia partito dalla Svizzera e dal Belgio non è un caso: entrambi plurilingui, sono Paesi che ospitano una comunità italofona estremamente importante.
