“La mia classe”, ovvero l’italiano nelle scuole

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Pubblichiamo per intero l’articolo di Emiliano Sbaraglia , tratto dal blog “Scuola di vita – la parola ai genitori e agli insegnanti”. Partendo dalla visione del film “La mia classe” l’autore offre un’interessante riflessione sul tema dell’integrazione linguistica, della situazione delle scuole italiane e della necessità di trovare formule didattiche originali ed efficaci, adeguate ai tempi, per quanto riguarda linsegnamento della lingua italiana.

«La mia classe», ovvero l’italiano nelle scuole
di Emiliano Sbaraglia

Ho avuto modo di assistere all’anteprima de «La mia classe», il nuovo film di Daniele Gaglianone, in uscita nelle sale. La storia è quella di un insegnante di lingua italiana per stranieri, interpretato dal sempre convincente Valerio Mastandrea, e da una varia comunità di extracomunitari nella parte di loro stessi.

Una recitazione sin troppo aderente alla realtà, se si pensa che a un certo punto le riprese sono state interrotte per la scadenza del permesso di soggiorno per uno degli attori, con conseguente esclusione dal set.

Episodio di iper-realismo, potremmo dire, che condizionerà anche il seguito della trama. Ma qui non è il complesso e urgente tema dell’accoglienza e della convivenza, dello ius soli o della Bossi-Fini a interessare; e neppure gli atteggiamenti di una forza politica (?) come la Lega nei confronti di un ministro come la Kyenge.

Ciò che qui interessa è riprendere la discussione, anche grazie a questa pellicola, del ruolo dell’insegnante di lingua italiana nel nostro Paese. Un ruolo che, in virtù delle trasformazioni storiche che stiamo vivendo, e con buona pace di chi cerca inutilmente di nascondere la testa sotto la sabbia (e i cadaveri in fondo al mare), torna ad essere (finalmente) centrale e decisivo nella costruzione del tessuto sociale contemporaneo e futuro in Italia.

Non solo gli insegnanti cosiddetti «L2» –  definizione che indica qualsiasi lingua che venga appresa in un secondo momento rispetto alla madrelingua o lingua materna – ma anche i «semplici» docenti di materie letterarie vengono chiamati in causa.

Si recuperi un solo dato: nell’anno scolastico in corso, gli studenti di origine straniera che siedono sui banchi di scuola tra primarie, medie e superiori italiane sono più di 730.000; ormai quasi ogni classe italiana ospita almeno un alunno non italofono, e l’aumento sempre più costante di compagni di banco di origine straniera è un fatto concreto.

A questo si aggiunga che gli scolari italiani-italiani, se vogliamo chiamarli così, in troppe circostanze non sono più in grado di scrivere in corsivo, schiavi del T9 e della contrazione di sms e simili, oltre a non conoscere più il significato di molte parole del nostro generoso vocabolario, ogni giorno che passa sempre più ridotto all’osso o violentato da improbabili slang di imprecisa provenienza.

Si deve dunque prender definitivamente coscienza di tale realtà, e piuttosto che sperare di fermare il motore della storia, bisognerebbe cercare di trovare formule didattiche originali ed efficaci, adeguate ai tempi, che soprattutto per quanto riguarda l’apprendimento della lingua italiana (ma anche per le nozioni di geo-storia ed educazione civica, per esempio) tengano conto delle diversità e delle complessità che lo scenario del mondo della scuola di oggi presenta, mantenendo allo stesso tempo una linea di continuità con i metodi di insegnamento sinora applicati.

Per tentare di realizzare tutto questo ci vorrebbe una massiccia dote di impegno e organizzazione da parte dello schizofrenico «mondo degli adulti».
Siam pronti alla sfida?

Il link all’articolo sul blog

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