(17/02/2026) Fra intrecci burocratici e leggi a cascata nei due Paesi, l’insegnamento della lingua italiana in Svizzera attraversa una crisi profonda, finanziaria e di senso. Giro d’orizzonte in un ambito segnato da contraddizioni e da mutamenti epocali.
“Salvate i corsi di italiano”, definiti sotto pressione, “a rischio” e dal “futuro nebbiosoCollegamento esterno”. L’italofonia svizzera da anni si interroga sulla situazione dell’insegnamento della lingua di Dante nel Paese, e i media dedicati alla diaspora se ne occupano con regolarità. La vicenda è intricata, e si nutre di corse a ostacoli burocratiche, difficoltà finanziarie, e di una crisi d’identità che ha a che fare con cambiamenti epocali.
I corsi erano nati con l’idea di conservare l’italofonia nella prole di chi era immigrato per lavorare in Svizzera, prole che un giorno, si presumeva, sarebbe tornata a vivere in Italia. Istituiti grazie a una legge del 1971, sono stati per un ventennio gratuiti e finanziati dal Ministero degli affari esteri della Penisola. Nel 1993, una legge ha stabilito che una parte dei corsi sarebbe stata gestita dall’Italia, e l’altra in loco, da quelli che vennero chiamati “enti gestori”.
Una divisione che ha avuto negli anni, e con il susseguirsi di Circolari ministeriali, conseguenze di peso. Ormai ci sono due offerte parallele: insegnanti che sono dipendenti statali italiani, per corsi gratuiti in ossequio al dettato costituzionale che prevede la formazione scolastica universale. E insegnanti ingaggiati dagli enti gestori, di recente ribattezzati “promotori”, per corsi cui finora era consentito solo chiedere il versamento di un ‘contributo volontario’, trasformato da un recente cambiamento normativo in ‘quota d’iscrizione’. Di conseguenza, in una famiglia che vive in Svizzera ci potrà essere un figlio che segue un corso gratuito, e un altro che ne segue uno a pagamento – elemento che potrebbe ben essere bollato come incostituzionale.
