Dalla penna ai social network: come cambia la lingua italiana

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Vi segnaliamo questo articolo sull’evoluzione dell’italiano al tempo del digitale. All’interno del contributo di Francesca Forzan un’intervista a Vera Gheno, sociolinguista e responsabile per l’Accademia della Crusca del profilo Twitter.

L’uso delle nuove tecnologie sta influenzando profondamente la quotidianità di ciascuno di noi e anche l’uso della lingua con cui comunichiamo. Nell’italiano, quella avviata dal digitale, sembra essere una rivoluzione rapidissima che sta trasformando il nostro modo di scrivere e parlare molto velocemente.

E questo non dipende dal fatto che la nostra è una lingua ‘speciale’, ma dalla sua storia. Per secoli, infatti, l’italiano è stato utilizzato da pochissimi diventando effettivamente la lingua di tutti solo con la fine delle guerre e con il diffondersi dei mezzi di comunicazione di massa. Preservato dai cambiamenti tipici dell’uso vivo di una lingua, l’italiano si è conservato nei secoli pressoché intatto, iniziando una sua naturale evoluzione anche con l’incontro con le ‘regole’ dettate dai nuovi mezzi di comunicazione.

Oggi infatti, nell’italiano della comunicazione digitale, abbreviazioni, tecnicismi, anglicismi, punteggiatura potenziata, elementi iconici (da cui gli emoticon e poi gli emoji) si mescolano all’uso della tradizionale parola scritta con frequenza e regolarità. Si chiama ‘italiano digitato’, si esprime attraverso i codici della scrittura, ma ha molte caratteristiche dell’italiano parlato. Prima tra tutte, la rapidità con cui viene composto, una velocità che spesso porta ad abbassare il livello di attenzione alla forma a discapito, a volte, anche della correttezza grammaticale.

Abbiamo chiesto come sta evolvendo la nostra lingua nell’era dell’iperconnessione alla sociolinguista Vera Gheno.

Quello italiano è un popolo che, rispetto alla media europea, utilizza poco internet ma moltissimo i social network. Quanto si mescolano le nuove regole di questo comunicare social al nostro quotidiano modo di parlare e di scrivere?

In realtà oggi sembra succedere l’inverso. Dai social abbiamo acquisito dei nuovi ‘campi’ in cui scriviamo e per i quali utilizziamo un italiano scritto completamente informale; si scrive sui social come si parla, in maniera destrutturata, con massiccio ricorso a quello che i linguisti definiscono l’italiano neo-standard che non è altro che un’evoluzione della norma in base all’uso della lingua che ne fanno gli utenti. In questo modo di scrivere si semplifica l’uso del sistema verbale, di quello pronominale, delle preposizioni, si usano poche subordinate e molte parole pass-partout (es. roba, cosa..) e via così.

L’italiano digitato, se da una parte sembra allontanarsi dall’italiano tradizionale, dall’altra sembra arricchirsi di particolarità e nuovi elementi. Si può quindi parlare esclusivamente di impoverimento linguistico?

Secondo me no. Anche Tullio de Mauro concordava nel dire che l’apertura dell’italiano a nuovi contesti scrittori (e ai nuovi media) fosse un arricchimento per la lingua e, per quanto riguarda l’italiano, la dimostrazione di quanto la nostra lingua sia viva e sana. Il problema è che a una maggiore disponibilità di cultura e di informazioni che sono in grado di fornirci questi ‘nuovi media’ non per forza però corrisponde un maggiore interesse per l’informarsi e quindi il conseguente aumento delle competenze delle persone. La voglia di cultura va coltivata nelle persone; non è che perché si possiede una grande biblioteca, si diventa dei grandi studiosi. E nello stesso modo funziona anche per la quantità sterminata di informazioni che sono in grado di fornire queste tecnologie. Spesso si imputa ai social l’impoverimento delle competenze comunicative; in realtà questo dipende dall’impoverimento del livello culturale delle persone.

Come si pone la scuola in questo senso quale luogo primario di formazione? I ragazzi di oggi si trovano in mano strumenti capaci di cose incredibili che a volte i loro stessi insegnanti non sanno utilizzare.

C’è un grosso fraintendimento in ambito scolastico sul significato di educazione digitale. Credo che per molto tempo si sia presunto che la digitalizzazione della scuola volesse dire mettere una lim (lavagna interattiva multimediale) o un tablet in mano agli studenti e basta. Ma questa strada è sbagliata anche solo per il semplice motivo che questi sono strumenti sottoposti ad un’obsolescenza incredibilmente veloce. Ho la sensazione anche che quella sia stata una sorta di scorciatoia pensando che questo significasse davvero digitalizzare le nuove generazioni.

Di pari passo a lim e tablet, l’altra soluzione adottata è stata quella di spegnere i device a scuola. La realtà è che però oggi più o meno tutti i ragazzi, da una certa età, possiedono degli strumenti elettronici per questo credo il compito della scuola non sia tanto quello di farli spegnere e impedirne l’utilizzo ma semmai quello di insegnare agli studenti a tenerli accesi in maniera intelligente; l’etica dello spegnere infatti, se sembra risolvere il problema nell’immediato, non dà risposte concrete a una questione che si ripone poi quando questi strumenti vengono riattivati senza che li si sappia davvero utilizzare. È uno sforzo enorme questo, ma è uno sforzo che deve fare la scuola.

Tornando all’uso del linguaggio, un fenomeno che emerge in modo importante nell’attualità di oggi, è quello dell’odio in rete che si esprime attraverso l’uso di un linguaggio aggressivo, violento e accessibile a tutti. Da dove viene questo fenomeno e perché sta diventando così diffuso?

Il fenomeno è ‘a chilometro zero’, cioè siamo noi. L’odio fa parte dell’essere umano, di tutti noi; è uno dei sentimenti naturali innati nelle persone anche se amiamo pensare che non sia così. Pensiamo ai bambini piccoli, per esempio, che quando non hanno ancora acquisito l’impostazione sociale dettata dal buon senso e dall’educazione, sanno essere a volte davvero ‘crudeli’ nella loro naturale sincerità. L’odio non arriva dal nulla e tutti possiamo esserne vittime o perpetratori. Ma l’odio deriva anche da un condizionamento mass mediatico che continua da decine di anni. La televisione, la radio, i giornali hanno assunto nel corso dei decenni degli atteggiamenti sempre più ‘scomposti e sguaiati’. Una volta una parolaccia in prima serata, ad esempio, sarebbe stata sanzionata, ora è visibile a tutti il fatto che si va ben oltre alla parolaccia. Oggi assistiamo a vere e proprie arene radiofoniche o televisive in cui due fazioni si scontrano apertamente e senza mezzi termini aggredendo verbalmente (e non solo a volte) chi ha un parere diverso. Se questo è il modello proposto dai mezzi di comunicazione di massa come possiamo pretendere che le persone ‘comuni’ online siano pacate e misurate? Attorno a noi c’è un mondo che urla e quello che noi proponiamo online è esattamente questo modello di comunicazione, sopra le righe, becera, scomposta, non curante di quello che una parola è in grado di scatenare. La differenza sta nel fatto che ci sono alcuni di noi che riescono a fare una distinzione tra un contesto privato e uno pubblico qual è quello dei social. Il grosso lavoro da fare oggi è quello sulla consapevolezza. Chi ha educato questi, che spesso sono adulti, a stare online? Chi li ha educati alla percezione di essere in un contesto pubblico, a capire che quello che scrivono ha delle conseguenze anche fattuali? C’è bisogno di formare queste persone allo stare online proprio come si formano queste persone allo stare in società.

Leggi l’articolo sul sito ilbolive

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