Se ami l’italiano, la citazione è d’obbligo

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Vi segnaliamo questo interessante articolo di Giuseppe Patota pubblicato sul sito Treccani.it

“Diversi anni fa, un eminente studioso assisté a un mio intervento a un convegno – uno dei miei primi – e qualche mese dopo, prima che uscissero gli atti del suddetto convegno, ritrovai in un suo saggio diversi esempi tratti pari pari da un corpus che avevo raccolto. Li conoscevo molto bene, quegli esempi, perché erano SMS miei, dei miei genitori e dei miei amici. Contattai l’eminente studioso e gli chiesi spiegazioni. Mi rispose che non pensava che fosse materiale mio, ma che l’avessi semplicemente “preso da internet”. Questo, dunque, lo rendeva copiabile, tanto più che l’eminente studioso era, appunto, eminente, mentre io non ero nessuno. Ne avrei altri, di esempi da citare, ma penso basti questo. Quell’episodio mi ha insegnato alcune cose, sulle quali insisto tantissimo con i miei studenti:

– La cultura si costruisce partendo da ciò che hanno scritto gli altri prima di noi. I lavori che consultiamo vanno sempre citati, altrimenti si sta plagiando.

– Raramente diciamo qualcosa di veramente nuovo. Ma trovare altri che prima di noi abbiamo già detto all’incirca la stessa cosa deve farci piacere, non darci fastidio. Almeno, ci possiamo inserire in una corrente di pensiero.

Cortesia scientifica

Le parole che aprono questo intervento non sono mie: le ha pubblicate il 2 maggio 2018 una brillante e spericolata sociolinguista, Vera Gheno, in una sede che non potrebbe essere meno accademica: la sua pagina facebook. E tuttavia una tale collocazione, assai poco togata, non rende meno doverosa, da parte mia, la citazione di questa fonte; e alla buona pratica che vi è indicata dovrebbero adeguarsi, a mio avviso, tutti coloro che pubblichino un libro o un articolo, quale che sia la sua destinazione. Premetto, a scanso di equivoci, che quello che sto per denunciare non è il plagio di un mio scritto: non potrei in alcun modo accusare di plagio qualcuno che ha assunto da me considerazioni che io a mia volta avevo assunto da altri. Ciò che segnalo è, piuttosto, la scarsa cortesia scientifica di un’autrice che, pur conoscendo lo studio in cui io avevo, prima di lei, associato in modo e forma inediti alcune opinioni altrui («raramente diciamo qualcosa di veramente nuovo», scrive giustamente Gheno), ha riproposto le mie stesse associazioni, non avvertendo i suoi lettori del fatto che, prima di lei, quelle associazioni le avevo fatte io.

La grande bellezza dell’italiano

Nel gennaio del 2015 ho pubblicato, per l’editore Laterza (Roma-Bari), un libro intitolato La grande bellezza dell’italiano. Dante Petrarca Boccaccio. Nell’Introduzione (pp. VII-XII) ho dato conto delle ragioni in forza delle quali avevo praticato, nel titolo, l’associazione, scientificamente impropria, tra una lingua (nella fattispecie, l’italiano) e un concetto estetico (nella fattispecie, la bellezza). Nell’argomentare le ragioni di ordine storico-culturale che consentivano di accogliere una tale associazione, che – da linguista – definivo «inaccettabile sul piano teorico» (p. VII), ho fatto riferimento a un passo di un romanzo di Thomas Mann (Le confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull), citando, doverosamente, la fonte da cui lo avevo assunto e da cui avevo tratto anche la fitta serie di aggettivi con cui gli intellettuali stranieri, dal Rinascimento in poi, hanno abitualmente qualificato l’italiano, e cioè «armonioso, delicato, dolce, elegante, fluido, gentile, gradevole, grazioso, liscio, melodico, piacevole, seducente»: tale fonte, da me indicata a p. VII, è un volume di Harro Stammerjohann intitolato La lingua degli angeli, pubblicato dall’Accademia della Crusca nel 2013, in cui è presente anche il riferimento a un luogo della celebre Storia linguistica dell’Italia unita (p. 277) in cui Tullio De Mauro afferma che fin dal Settecento la bellezza della lingua italiana era «una certezza di massa da Guide bleu». Naturalmente, nel mio testo ho esplicitato anche il riferimento allo studio di De Mauro. Più avanti, per dare ulteriore consistenza storica all’associazione fra italiano e bellezza e alla valenza culturale dell’italiano nel mondo, ho fatto riferimento alla celebre edizione a stampa del Canzoniere di Francesco Petrarca (Aldo Manuzio, Venezia, 1501) in cui fu usato per la prima volta nella storia il carattere corsivo. Quest’ultimo dato è ben noto alla comunità degli studiosi; credevo fosse originale e mia personale (e invece può leggersi a p. 63 di un libro di Lorenzo Tomasin del 2011 che mi era colpevolmente sfuggito) un’osservazione sul traducente inglese del termine corsivo che pubblico alle pp. IX-X dell’Introduzione, osservazione di cui dirò più avanti.

Infine, sempre a sostegno della diffusione planetaria del binomio italiano-bellezza, a p. XI cito un libro pubblicato dalla giornalista americana Dianne Hales istruttivamente intitolato La bella lingua (2010): un libro che, non essendo allora in vendita in Italia, in quell’occasione potei citare per averlo ricevuto in dono dalla stessa Hales, alla quale, in precedenza, avevo rilasciato un’intervista di cui l’autrice dà conto nel volume.

La stessa serie di aggettivi

Nel 2017 Annalisa Andreoni ha pubblicato, per le Edizioni Piemme di Milano, un libro intitolato Ama l’italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella, il cui primo capitolo si apre con la medesima citazione del romanzo di Mann presente nella mia Introduzione, accoglie la stessa citazione dal libro di Tullio de Mauro presente nella mia Introduzione e infine contiene la stessa serie di aggettivi raccolta da Stammerjohann, anche questa presente nella mia Introduzione. Le sue note si concludono con una domanda la cui risposta coincide quasi alla lettera con l’affermazione che io, da linguista, avevo già dato nel mio libro.

Avevo scritto io a p. VII:

So bene che l’associazione fra l’italiano e la bellezza che campeggia nel titolo di questo libro è inaccettabile sul piano teorico. Le lingue, in sé, non sono né belle né brutte, quali che siano i criteri assunti per descriverle: sono e basta.

Scrive Andreoni a p. 18:

Nel corso del tempo l’italiano è stato percepito dagli stranieri come elegante, musicale, delicato, femminile, liscio come la seta, armonioso, dolce, florido, gentile, gradevole, grazioso, melodico, piacevole, seducente [segue, a questo punto, un rinvio in nota al libro di Stammerjohann]. Ma cosa c’è di vero in queste opinioni diffuse? Se lo chiedessimo a un linguista, ci risponderebbe che nessun argomento scientificamente fondato permette di affermare che una lingua sia più bella di un’altra.

Avevo scritto io a p. XI:

La persuasione che fa dell’italiano una lingua bella – anzi: la bella lingua per eccellenza (Hales 2010) – ha una qualche ragione d’essere sul piano estetico e culturale? Non sarò io a rispondere a questa domanda. Lascerò che lo facciano, dopo la lettura di questo libro, gli studenti, gli insegnanti e – ultimi, ma non per importanza – tutti i lettori interessati alla storia dell’italiano.

A p. 23 Andreoni amplifica la citazione del libro di Dianne Hales:

Hales ha passato venticinque anni della sua vita a studiare la nostra lingua e ha scritto un libro il cui titolo è già una dichiarazione d’amore: La Bella Lingua. My Love Affair with Italian, the World’s Most Enchanting Language.

Avevo scritto io a proposito del nuovo carattere adoperato per l’edizione aldina del 1501 delle Canzoniere petrarchesco, alle pp. IX-X:

Questo carattere tipografico da noi si chiama corsivo, ma in una parte del mondo ben più estesa della nostra, composta dalle aree anglofona e francofona, si chiama italic e italique, proprio perché creato da un italiano e usato la prima volta per comporre libri stampati in Italia.

Scrive Andreoni a proposito del nuovo carattere adoperato per l’edizione aldina del Canzoniere petrarchesco, a p. 53, senza citare né il mio libro né quello di Tomasin:

la veste tipografica era piacevole e di facile lettura, grazie agli ampi margini bianchi della pagina, a un carattere corsivo che Manuzio aveva introdotto, più simile, all’occhio, alla scrittura a mano (non a caso, in inglese “corsivo” si dice italic!) e all’uso ragionato di segni di punteggiatura.

Sviste erga omnes

Certamente Andreoni, quando ha scritto il suo libro, conosceva il mio, che cita in una bibliografia generale collocata in fondo al volume. Ma in nessun luogo del testo e in nessuna delle note che accompagnano i vari capitoli, compreso il primo, fa riferimento alla mia introduzione. Plagio? Certamente no. Scarsa considerazione del lavoro altrui? Certamente sì; a meno che le mancate citazioni non siano nate da sviste ripetute; sviste che però, è d’obbligo aggiungere, non riguardano solo le ricerche condotte da me, ma anche quelle condotte da altri. Alle pp. 20-21 del suo libro Andreoni tesse un apprezzabile e condivisibile elogio dell’italiano allegando due passi di un noto best seller di Elizabeth Gilbert:

Quali sono le ragioni che portano gli stranieri a studiare la nostra lingua? Nella maggior parte dei casi lo fanno perché la trovano bella e perché permette loro di godere appieno di ciò che l’Italia offre, dall’arte alla musica, dal cibo al paesaggio. Elizabeth Gilbert, autrice del romanzo Mangia prega ama (2006) da cui è stato tratto un fortunato film con Julia Roberts, spiega molto bene qual è la molla che spinge gli stranieri a intraprendere lo studio della lingua italiana:

Da anni desideravo imparare l’italiano – una lingua che trovo più bella delle rose –, ma non riuscivo a trovare la minima giustificazione pratica per cominciare. […] Ma perché tutto deve sempre avere un’applicazione pratica? Per anni ero stata un soldato obbediente – avevo lavorato, prodotto, rispettato le scadenze, mi ero presa cura dei miei cari, delle mie gengive e del mio conto in banca, ed ero sempre andata a votare. La vita è fatta forse solo di doveri? […] ma il fatto era che l’italiano mi piaceva proprio, ogni parola era per me il canto di un passero, una formula magica, un tartufo profumato. Correvo a casa sotto la pioggia, dopo la lezione, facevo un bagno caldo e, immersa nella schiuma, leggevo a voce alta il vocabolario italiano, mentre le angosce del divorzio e il crepacuore diventavano un lontano ricordo. […] l’avvocato al quale mi ero rivolta per il divorzio mi aveva rassicurato raccontandomi di una sua cliente di origine coreana che, dopo un divorzio particolarmente sgradevole, aveva preso un nome italiano, proprio per sentirsi di nuovo così: sexy e felice.

Non si tratta, dunque, di una motivazione utilitaristica, come quella che porta a studiare l’inglese. Gli stranieri non si accostano all’italiano – se non in rari casi – perché altrimenti il capoufficio li guarda male o si sentono ina­deguati alle loro mansioni. Vogliono imparare l’italiano, continua Gilbert, perché trasmette loro il piacere della bellezza:

L’aspetto interessante della mia classe d’italiano è che nessuno ha davvero bisogno di essere qui. Siamo in dodici, di tutte le età, provenienti da tutte le parti del mondo, ma ciascuno è venuto a Roma spinto dallo stesso desiderio – studiare l’italiano per il solo piacere d’impararlo. Nessuno di noi può affermare di trovarsi qui per uno scopo pratico. A nessuno un datore di lavoro ha detto: «È necessario che lei impari l’italiano perché intendiamo estendere la nostra attività all’estero». Ognuno, anche il sussiegoso ingegnere tedesco, la pensa allo stesso modo: vogliamo studiare l’italiano per godere delle sensazioni che ne riceviamo. Una russa dal viso triste dice che si è regalata queste lezioni di italiano perché ha pensato di “meritare qualcosa di bello”. […] Scoprirò nei prossimi mesi che non a caso l’italiano è una delle più belle e affascinanti lingue del mondo.

Ebbene, un identico elogio dell’italiano era stato formulato, con identico riferimento allo stesso libro e con la citazione di uno stesso passo di questo libro, da Pietro Trifone e da Claudio Giovanardi in un loro studio pubblicato nel 2012. Ne riporto la p. 15, in cui sono sia l’elogio sia la citazione:

Sembra non avere dubbi in proposito [dell’essere l’italiano la più seducente e desiderabile lingua del mondo] Elisabeth Gilbert, che torna a proporre il motivo ricorrente di questo primato dell’italiano nel recente best-seller Eat, pray, love (nella versione italiana Mangia, prega, ama):

L’aspetto interessante della mia classe d’italiano è che nessuno ha davvero bisogno di essere qui. Siamo in dodici, di tutte le età, provenienti da tutte le parti del mondo, ma ciascuno è venuto a Roma spinto dallo stesso desiderio – studiare l’italiano per il solo piacere d’impararlo. Nessuno di noi può affermare di trovarsi qui per uno scopo pratico. A nessuno un datore di lavoro ha detto: «È necessario che lei impari l’italiano perché intendiamo estendere la nostra attività all’estero». Ognuno, anche il sussiegoso ingegnere tedesco, la pensa allo stesso modo: vogliamo studiare l’italiano per godere delle sensazioni che ne riceviamo. Una russa dal viso triste dice che si è regalata queste lezioni di italiano perché ha pensato di «meritare qualcosa di bello». L’ingegnere tedesco spiega: «Mi piace l’italiano perché mi piace la dolce vita…».

Anche in questo caso non c’è nessun plagio, naturalmente; contemporaneamente, vi registro la medesima scarsa attenzione nei confronti di un’associazione d’idee fatta in precedenza da altri; anche in questo caso, come in quello della mia citazione del libro di Hales, Andreoni sembra applicare silenziosamente a una citazione altrui l’artificio retorico dell’amplificatio.

La fortuna dell’italiano nel mondo

Non posso affatto escludere che queste omissioni siano frutto di distrazione, perché in altri luoghi del testo l’autrice fa correttamente riferimento ad altri lavori sia di Giovanardi sia di Trifone sia miei, menzionandoli sia nelle note sia nella bibliografia che correttamente completano questo lavoro: tanto più sorprende, allora, che manchi, così nelle une come nell’altra, la menzione di un libro molto noto agli studiosi e perfino agli studenti, programmaticamente intitolato L’italiano nel mondo (appunto quello di Giovanardi e di Trifone): tanto più sorprende, dicevo, perché il tema della diffusione e della fortuna dell’italiano nel mondo è ampiamente trattato nel volume di Andreoni, quattro paragrafi del quale s’intitolano, nell’ordine: Quelli che… “voglio imparare l’italiano” (pp. 18-19), Cosa amano gli stranieri dell’italiano? (pp. 20-23), L’italiano nel mondo: l’opera lirica (pp. 140-144) e L’italiano nel mondo: la canzone (pp. 147- 151). Qualora le mancate citazioni dipendano da una distrazione occorsa più volte, la mia accusa di scarsa considerazione per il lavoro altrui decade, e si trasforma in critica per leggerezza o sciatteria: mancanze involontarie, e in quanto tali perdonabili, ma che sarebbe meglio evitare in ogni caso, compreso quello rappresentato da questo libro meritoriamente destinato all’alta divulgazione, in cui s’invita ad amare l’italiano e se ne vogliono diffondere, altrettanto meritoriamente, segreti e meraviglie.

*Università degli Studi di Siena, sede di Arezzo

Riferimenti bibliografici

Annalisa Andreoni, Ama l’italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella, Milano, Piemme, 2017.

Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 2008.

Claudio Giovanardi, Pietro Trifone, L’italiano nel mondo, Roma, Carocci, 2012.

Dianne Hales, La Bella Lingua. My Love Affair with Italian, the World’s Most Enchanting Language, Portland, Broadway Books, 2010.

Giuseppe Patota, La grande bellezza dell’italiano. Dante Petrarca Boccaccio, Roma-Bari, Laterza, 2015.

Harro Stammerjohann, La lingua degli angeli, Firenze, Accademia della Crusca, 2013.

Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 2008.

Lorenzo Tomasin, Italiano. Storia di una parola, Roma, Carocci, 2011.

Immagine: By Sandra Cohen-Rose and Colin Rose from Montreal, Canada (Retreat, Arquà Petrarca) [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

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