“Parola di macellaia”: intervista a Daniel Bilenko il vincitore del Premio Marco Rossi

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Logo Marco Rossi 2015Vi proponiamo l’intervista a Daniel Bilenko, giornalista di RSI, vincitore del Premio Marco Rossi 2015, concorso dedicato a documentari radiofonici sul lavoro patrocinato dalla Comunità radiotelevisiva italofona.  A questo link potete ascoltare “Parola di macellaia” l’opera con cui il giornalista si è aggiudicato il premio:

http://www.rsi.ch/rete-uno/programmi/intrattenimento/il-documentario/Parola-di-Macellaia-4418710.html

 

Al centro del documentario, tre giovani donne e un libro; al centro del concorso appena vinto, il lavoro e il bisogno raccontarlo. Da dove cominciamo?

Da entrambi. Prima di fare il giornalista radiotelevisivo ho avuto esperienze lavorative disparate. Una delle più marcanti è stata quella vissuta per due stagioni in una fattoria di montagna nella Svizzera italiana. All’alpeggio accudivo un’ottantina di capre camosciate, tenevo pulite le stalle, mungevo all’alba e alla sera, facevo la legna e a dipendenza del meteo, delle condizioni dell’erba e della presenza del lupo, tenevo d’occhio i confini dei vari pascoli. Quando lavoravo a valle invece facevo il fieno, pulivo i bidoni del latte al caseificio e mi è capitato di dare una mano al piccolo macello della fattoria. Qui venivano portati vitelli, pecore, maiali e capretti per essere abbattuti. Non molti, solo ogni tanto. E io non macellavo né sezionavo mezzene o quarti. Mi sono però sporcato le mani di sangue lo stesso, “impacchettando” chili e chili di bistecche, cotolette e fegati. E sono stato al freddo della cella frigorifera… Dopo questa esperienza non sono diventato vegetariano, ma solo un consumatore più consapevole e critico. Da allora mi sono chiesto cosa spinga a praticare il mestiere di macellaio per davvero e a lungo…

Perché inserire dei passaggi di fiction da un libro?

Non per sfizio letterario bensì… librario. In libreria mi piace addocchiarli, i libri. Con il libro di Joy Sorman (“Come una bestia”, Nottetempo Edizioni) è stato una specie di colpo di fulmine. Quel volume spiccava dallo scaffale sul quale era stato messo in mostra. Poi quel titolo ambiguo abbinato all’immagine in copertina (una mucca-coltellino colorata di rosso) e scoprire sfogliandolo che l’autore di questo documentario-fiaba è una donna. Beh, mi ha folgorato…

In che senso?

L’industria e l’arte della macelleria sono, ancora oggi, culturalmente e professionalmente dominati dai maschi. Il fatto che una giovane parigina abituata a scrivere pamphlet femministi come Joy Sorman si avventurasse in questo mondo m’intrigava. E stavo infatti pensando d’incontrarla per un’intervista quando per caso ho scoperto che qui nella Svizzera italiana vi fossero tre giovani donne macellaie. “Come una Bestia” racconta di un ragazzo che vuole diventare macellaio, il macellaio più bravo al modo, studiare anatomia e aprire una boutique della carne a Parigi. Il libro e le tre ragazze propongono entrambi dei récits de vie, dei racconti di vita su un medesimo tema, la realtà esistenziale è simile, non importa se uomini o donne, m’è venuto naturale intercalarli nel documentario audio.

La scelta delle tre giovani la potremmo definire non convenzionale…

Per certi versi sì, è una scelta anti-conformista, assolutamente; per altri, perfettamente comprensibile e forse non così sorprendente in una società che dovrebbe tendere alle parità opportunità tra uomo e donna e in un’epoca di emergenza socioeconomica.

Dopo “Parola di macellaia” hai realizzato “Vita in Pugno – I round e i blues di Vissia Trovato”, un documentario audio che racconta la storia di una 32enne cantante blues e direttrice di un coro femminile che decide di dedicarsi al pugilato professionistico. È solo un caso che il filo conduttore tra questi due lavori sia letteralmente tinto di rosso (sangue): la macelleria, la boxe…?

Già, è un vero fil rouge! Ma non sono un vampiro che ha bisogno dell’accoppiata “sangue & donne” per trovare stimoli giornalistici o drammaturgici… Scherzi a parte, le femminilità fuori dai canoni m’interessano, sì. Tra i prossimi progetti di documentari audio vorrei raccontare il cambiamento di sesso di una persona da uomo a donna attraverso la sua voce. Sono in contatto con questa persona e il suo foniatra. Ma non ho ancora cominciato. Anche in passato, buona parte dei cortometraggi di fiction che ho girato o “Pitstop”, la serie di fiction televisiva che ho scritto insieme con Debora Alessi, hanno avuto personaggi femminili forti e in cerca di emancipazione. In questi percorsi individuali intravedo riflessi di società e soprattutto tanta normalissima e toccante umanità.

A proposito di cortometraggi, perché non raccontare le Macellaie e la Pugile attraverso il video, le immagini? In fondo sono soggetti “fotogenici”…

Palestre di boxe e guantoni, o celle frigorifere e coltelli bucano il video –come si usa dire in gergo– ma li abbiamo già visti e stravisti. Credo che se il produttore RSI Roberto Antonini m’ha accordato fiducia –e di questa fiducia gliene sono molto grato– è anche perché ha intuito il potenziale “audiogenico” dei soggetti che ho proposto di realizzare. Voci, rumori, musica: tutto conta e tutto va esplorato, raccolto e organizzato in un montaggio. Il bello dei documentari audio è che rendono mentalmente partecipe l’ascoltatrice o l’ascoltatore. Le immagini catalizzano l’attenzione, riempiono l’immaginario. L’universo sonoro no: evoca, fa lavorare, stimola. Mi piace l’idea che si possa lavorare sull’immaginario del pubblico senza l’uso di immagini vere e proprie. È un processo creativo, intimo, a volte indescrivibile.

Il pubblico apprezza, la documentaristica audio rinasce e il podcast è in espansione.

Esatto. In un certo senso credo che ciò avvenga in quanto il mezzo audio, appunto, non è invasivo. Oggigiorno, con le persone sempre più di corsa e spesso in difficoltà nel ritagliarsi tempo o avere l’occasione per fruire dei prodotti radiotelevisivi in diretta, il podcast audio diventa uno strumento eccezionale: scarichi il tuo documentario o il tuo programma preferito e te l’ascolti quando e come vuoi, mentre cucini, al parco o negli spostamenti in auto. È un’esperienza estetico-emotiva arricchente, da valorizzare e da diffondere. La maggior parte degli enti radiotelevisivi l’ha capito. Detto questo, lunga vita anche ai documentari video e largo ai maschi! Proprio in queste settimane sto ultimando un documentario per l’emissione televisiva “Storie” della RSI in cui racconto il viaggio che porta 8 giovani uomini con problematiche legate all’emarginazione sociale a essere selezionati nella nazionale svizzera di calcio dei senzatetto e a giocare i mondiali di categoria*.

*Homeless Soccer Worldcup: 50 paesi partecipanti, 500 partite disputate, l’ultima edizione si è svolta a settembre ad Amsterdam

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