Una letteratura che cambia

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cultweek_logo_fbUn articolo di Giuliana Nuvoli, dalla rivista online Cultweek, ci racconta la nuova letteratura italiana: quella dei migranti che hanno reso la nostra letteratura più ricca e intensa, più vera e migliore.

 

La letteratura migrante

Quando la storia procede a ritmi vorticosi, trascina tutto con sé e tutto cambia. I mutamenti sono spesso sottili, quasi invisibili a occhio nudo: ma sono profondi e irreversibili, come è accaduto nella nostra letteratura.

Negli ultimi decenni sono entrati nella nostra scrittura nuovi suoni, nuove forme, nuove capacità di indagare, conoscere, emozionare. Sono giunti in Italia da ogni parte del mondo, e l’hanno eletta a nuova patria. In una prima fase i testi prodotti sono caratterizzati dalla “coautorialità”: chi narra é affiancato da uno scrittore o giornalista italiano che si occupa della scrittura del testo, come accade nel racconto Villa Literno, del franco-marocchino Tahar Ben Jelloum steso insieme al giornalista Egisto Volterrani, sull’omicidio del giovane sudafricano Jarry Maslo, avvenuto a Villa Literno tra il 28 e il 29 giugno 1989.

È il testo che, per convenzione riconosciuta, segna l’inizio di una nuova letteratura che, per oltre vent’anni, è stata definita letteratura di migrazione o migrante. In questi anni gli esempi migliori sono quelli di Oreste Pivetta e Pap Khouma con Io, venditore di elefanti nel 1990; Alessandro Micheletti e Saidou Moussa Ba in La promessa di Hamadi nel 1991; Maurizio Jannelli e Fernanda Farias De Albuquerque con Princesa nel 1994, sino a Le ragazze di Benin City, 2007, in cui Laura Maragnani trascrive la drammatica narrazione di Isoke Aikpitanyi.

Ma la categoria migrante non avrà lunga vita: è transitoria e fragile, destinata a morire quando gli scrittori, non più migranti, diventano italiani a tutti gli effetti. Inoltre migrante è, per sua stessa natura, ogni scrittore: “Perché non esiste uno scrittore che non sia anche un migrante. (…) L’arte e la poesia, come la vita d’altronde, non nasce mai dalla quiete delle cose, ma dal loro fermento, dal loro infinito mutamento.” (Viorel Boldis).

 

Gli scrittori “nuovi italiani” di prima generazione

Fra gli immigrati giungono, da ogni dove, anche scrittori di mestiere, che apprendono la nostra lingua e la fanno loro: per gradi, con adattamenti personalissimi, creando una nuova lingua duttile, cangiante e felicemente “impropria”. Una lingua nuova, figlia di molti padri che si nutre dei sapori e dei colori di continenti diversi; una lingua che si piega duttile al nuovo sentire e sorride all’esattezza delle Accademie. E se non erano ancora professionisti in patria, quegli scrittori lo diventano: perché raccontare è il modo migliore per costruire mondi e creare conoscenza.

Fra i primi Erminia dell’Oro (Asmara 1938), con Asmara addio (1988), cui fanno seguito L’abbandono. Una storia eritrea (1991) e Vedere ogni notte le stelle (2010). Nelle sue opere è protagonista un elemento che segna tutta la letteratura dei “nuovi italiani”: la profonda nostalgia della sua terra e l’orgoglio della cultura d’appartenenza. A lato, di forza ancora maggiore, la rivendicazione della necessità del narrare e la collocazione del narratore al centro di ogni civiltà. Egli è il depositario non solo della storia di un popolo, ma anche della sua anima, come scrive Gabriella Ghermandi (Addis Abeba 1965) in Regina di fiori e di perle (2007). Mahlet, la protagonista, ha una missione: farsi cantora, per raccogliere le storie di mille personaggi diversi, che non hanno il suo talento, e affidano a lei i propri tesori perché possano sopravvivere.

Di natura diversa la produzione maschile della prima generazione. Il baricentro è spostato sulla terra d’arrivo, sulla sua capacità di accogliere, sulla durezza della nuova vita: come Pap Khouma in Io, venditore di elefanti (1990) e, vent’anni dopo, in Noi, italiani neri (2010): senza veli la denuncia della cieca incultura di una società, quella italiana, che non legge la storia e non ne comprende le trasformazioni.

Un Paese che poco ha compreso anche della lingua, che chiama ancora “sua”. Ma una lingua non è proprietà inalienabile e fissa di un popolo: essa è per natura duttile, mutevole e inquieta. Nelle mani di Dante si era trasformata in un formidabile strumento di emozione e conoscenza: poi le Accademie la cristallizzano e le officine degli editori la mortificano:

Quando pubblichiamo ci imbattiamo ancora in problemi di editing, così che spesso intervengono non sulla grammatica, ma sulla forma, mentre è necessario lasciare libertà alle nuove forme. La lingua italiana non è più parlata e scritta esclusivamente dal popolo italico: e bloccare le nuove forme in un moto ipercorrettivo è operazione non solo reazionaria, ma di una insostenibile miopìa. (2014)

 

Gli scrittori “nuovi italiani” di seconda generazione

Quando per scelta culturale, in Occidente, vengono abolite le storiche differenze tra scritture di genere, esse sembrano ricomparire nette in questa letteratura, rimandando a caratteristiche ben differenziate. La scrittura femminile è di respiro più ampio, guarda alla storia del popolo, alle sue credenze, al suo immaginario; la scrittura maschile è più attenta all’aspetto sociale, alle implicazioni politiche, alle rivendicazioni. Ma è la prima, questa volta, a essere più forte; ed è quella che lascia il segno più profondo.

Le differenze si attenuano, ma non scompaiono nella “seconda generazione”: quelli che giungono in Italia molto giovani o che, in numero sempre crescente, nascono in Italia. Sono i nati negli anni Settanta che, a tutti gli effetti, sono scrittori italiani.
L’opera letteraria come strumento di denuncia è ancora presente, anche se con toni pacati, in Prendimi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera (2013) di Cheikh Tidiane Gaye (Thiès, Senegal 1971):

  La poesia, come la scrittura, deve parlare dei veri problemi della società reale e portare non un palliativo al male, ai disagi, ma curare il problema alla radice. (…) La poesia diviene un messaggio, un mezzo di comunicazione dove il suono e il ritmo diventano gli elementi fondamentali alla sua sopravvivenza.

 Più forte, però, della dimensione civile sono i sapori, gli odori, i colori della sua terra; il profumo della donna; l’incanto dei paesaggi. E questo vale per Valentina Acava Mmaka (Roma 1971) in Cercando Lindiwe (2007); per  per  Cristina Ubax Ali Farah (Verona 1973) ne Il comandante del fiume (2014); per Suban Igiaba Ali Omar Scego (Roma 1974) in Pecore nere (2005) e per altre ancora. E per altri ancora.

Da non dimenticare, infine, il diverso utilizzo del tempo: il passato, il presente e il futuro, così ben organizzati nella letteratura occidentale, sono ondivaghi in quella dei nuovi italiani. Non si sottraggono neppure storie documentarie come Le ragazze di Benin City di Isoke Aikpitani (Benin City 1979), dove la fuga dal presente per l’altrove – spaziale e temporale – si manifesta in modo naturale e continuo.

Tutto questo ha già cambiato  la nostra letteratura, senza alcuna possibilità di ritorno. L’ha resa più ricca e più intensa. L’ha resa più vera e quindi infinitamente migliore. Vi ha immesso tesori insospettati e storie antiche e dimenticate.
E ha restituito a chi racconta, in prosa o in versi, l’aura degli antichi cantori: quelli che raccoglievano intorno a sé la corte, la tribù, il demos e davano un senso pieno e credibile alla loro vita.

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