Virtuale è reale| 2.000 docenti all’Università Cattolica con la Ministra Valeria Fedeli per “Parole a scuola”

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valeria-fedeliLe parole ostili (hate speech) hanno conseguenze nella vita reale: ne è convinto il 91,8% dei giovani italiani. A scattare la fotografia sulla consapevolezza dei rischi della Rete sono i dati rilevati da un approfondimento condotto nell’ambito del Rapporto Giovani. Al contempo però il 19,1% riconosce che l’hate speech sia una forma della comunicazione on line e non una espressione di reali sentimenti. Una contrapposizione che evidenzia come non tutti gli utenti della rete, giovani compresi, siano in grado di possedere le stesse competenze.

Su questa tema il Rapporto Giovani (indagine dell’Istituto Toniolo in collaborazione con Università Cattolica, con il sostegno di Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo), ha intervistato un campione di giovani tra i 18 e i 35 anni di 5 diversi Paesi europei – Italia, Francia, Spagna, Germania, Regno Unito.

È da presupposti come queste che nasce l’esigenza di rispondere al bisogno di formazione e strutturazione di competenze digitali, partendo proprio dall’ambiente scolastico.

 

Proprio il tema delle competenze digitali e dell’ostilità nei linguaggi è stato al centro di “Parole a scuola”, una giornata di formazione gratuita per docenti organizzata dall’ATS Parole O_Stili in collaborazione con il MIUR, che si è tenuta presso la sede milanese dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Scopo dell’incontro è fornire agli insegnanti italiani gli strumenti per educare alla cittadinanza digitale e creare un nuovo percorso didattico che porti il Manifesto della comunicazione non ostile nelle classi d’Italia. Durante la giornata, infatti, l’Associazione Parole O_Stili ha consegnato ai docenti oltre 100 schede didattiche, uno strumento operativo per affrontare i temi dell’educazione e della cittadinanza digitale attraverso i 10 principi del Manifesto, già adottato e diffuso dal MIUR nelle scuole italiane con l’avvio dell’anno scolastico in corso.

Presente all’evento la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli che ha illustrato alla platea d’insegnanti in modo più approfondito la ricerca “EU Kids Online per Parole O_Stili”.

«La giornata di oggi – ha dichiarato la Ministra Valeria Fedeli – è una finestra di approfondimento per sminare il campo dal discorso d’odio, dal cyberbullismo, dalla manipolazione del linguaggio che inquinano la vita democratica del Paese. È un’importante occasione di formazione sul tema delle competenze digitali e dell’ostilità nei linguaggi rivolta a circa 2.000 docenti di scuole di ogni ordine e grado provenienti da tutto il territorio nazionale. A loro consegniamo oltre 100 schede didattiche, uno strumento operativo per affrontare i temi dell’educazione e della cittadinanza digitale attraverso i 10 principi del Manifesto della comunicazione non ostile, già adottato e diffuso dal MIUR nelle scuole italiane con l’avvio dell’anno scolastico in corso. Sono risorse preziose a sostegno delle insegnanti e degli insegnanti, cui spetta il compito di guidare le nuove generazioni nel loro percorso di crescita di cittadine e cittadini responsabili e consapevoli. L’educazione digitale delle nostre bambine e dei nostri bambini, delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi deve essere una delle nostre priorità. Le nuove generazioni devono imparare a prendere consapevolezza dei loro diritti, della loro libertà, della loro dignità che nessuno può e deve oltraggiare. E anche delle loro responsabilità. A noi comunità educante il compito di contrastare con forza e con determinazione quelle distorsioni che possono ostacolare la libera crescita di ciascun giovane».

Dopo la fase plenaria, alla presenza della Ministra Valeria Fedeli e la Presidente della Rai Monica Maggioni, gli insegnanti hanno partecipato a lezioni frontali e workshop. Fra i panel organizzati, alle 11.20 si è tenuto il panel “Dalla Costituzione al Manifesto: le parole per crescere”  con l’ex magistrato Gherardo Colombo.

 

I DATI DEL RAPPORTO GIOVANI

Secondo i dati del Rapporto Giovani, Internet non è percepito, dai giovani intervistati, come luogo in cui vigono particolari moratorie, anche nei confronti della violenza. Insomma, il “virtuale” non depotenzia l’impatto della violenza né lo giustifica derubricandolo come gioco linguistico o rituale proprio della comunicazione on line.

Osservando i dati guardando non al disaccordo, ma all’accordo con l’affermazione proposta, le percentuali sarebbero esigue: sommando le percentuali di chi si dichiara abbastanza e molto d’accordo sulla accettabilità dell’hate speech, in quanto divertente, otteniamo i seguenti dati: giovani italiani 8,8%, francesi 7%, spagnoli 6,8%, tedeschi 10,2%, inglesi 12,4%.
Quelli che non rientrano in queste modalità di risposta (per nulla d’accordo, abbastanza d’accordo, molto d’accordo) sono coloro o che non si sono espressi o non sono nè d’accordo nè in disaccordo. I giovani di tutti i paesi considerati considerano “reale” l’hate speech soprattutto in virtù della gravità delle sue conseguenze. Solo percentuali intorno al 10% non sono per nulla d’accordo sul fatto che “è una forma molto grave di aggressione dell’altro”.
Percentuali analoghe esprimono accordo nullo sul fatto che “ha conseguenze sulla vita reale delle persone offese”.
Quasi un giovane su due mostra accordo nullo con l’idea che l’hate speech siano solo parole. Occorre, comunque, precisare che, osservati in altro modo, gli stessi dati fornirebbero sensazioni diverse, perché considerando le percentuali di accordo elevato (abbastanza+molto d’accordo) si ottengono percentuali significativamente basse (a parte il Regno Unito per cui tale accordo catalizza il 23,9% dei giovani ivi residenti). Un discorso analogo merita il considerare l’hate speech come forma di comunicazione on line e non espressione di sentimenti reali. Visti i livelli di accordo significativo, le percentuali sono le seguenti: intervistati italiani 19,1%, francesi 20,2%, spagnoli 19,3%, tedeschi 19,6%, inglese 28,3%. Il trend complessivo indica che comunque circa un giovane su 5 pensa che essendo un fenomeno che ha luogo in internet, non abbia a che fare con sentimenti reali (il che peraltro non significa che non abbia comunque conseguenze reali per le vittime che lo ricevono).

«Nel complesso il fattore Internet sembra non assolvere, non concedere moratorie e non alleggerire – in quanto “meramente virtuale” – il fenomeno dell’hate speech, di cui si riconoscono le conseguenze reali e gravi sulle persone che ne sono vittime – ha detto Fabio Introini, che ha curato questa parte di ricerca per il Rapporto Giovani con Cristina Pasqualini-. Rispetto alle percentuali, non elevate ma comunque significative, di chi riconosce che l’hate speech è una forma della comunicazione on line e non una espressione di reali sentimenti (in Italia il 19,1%) possiamo dire che potrebbe trattarsi di una fascia di rispondenti particolarmente riflessiva e capace di muoversi con competenza tra i diversi linguaggi della media culture. Dall’altro ci fa dire, proprio in conseguenza di ciò, che non tutti gli utenti della rete, giovani compresi, siano in grado di possedere queste stesse competenze».

«I dati della ricerca mostrano come sia diventato molto comune imbattersi in messaggi verbalmente violenti, con contenuto d’odio e denigrazione. Per la grande maggioranza degli intervistati tale fenomeno rispecchia anche le tensioni nella società reale, oltre ad essere legato alla ‘maleducazione’ delle singole persone. I Millennials intervistati sembrano in larga misura consapevoli delle ferite e del danno provocato, ma non tutti ne sono pienamente convinti. Emerge un’ampia esigenza di un codice di comunicazione che aiuti a esprimersi ma anche a non cadere nella trappola dell’ostilità come reazione verso chi accusa o aggredisce verbalmente, migliorando le competenze linguistiche e mediali degli utenti, soprattutto quelli in condizioni di maggiore fragilità – afferma Alessandro Rosina, coordinatore del Rapporto Giovani».

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