Una sfida di interesse nazionale

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Chi ha a cuore l’italofonia in Svizzera deve guardarsi bene dal fare una battaglia di retroguardia. Promuovere l’italiano nell’Amministrazione federale, nella politica, nelle istituzioni culturali e nelle scuole svizzere non può in nessun modo apparire come una rivendicazione regionale. Tantomeno è sensato immaginare di contrapporre l’italiano alla lingua veicolare mondiale, l’inglese. La promozione dell’italiano in Svizzera è una battaglia che risponde ad un interesse nazionale e non regionale, che si iscrive nella generale salvaguardia e promozione della diversità e della complessità come fattori di successo in un mondo viepiù interconnesso.

Negli ultimi decenni è andata persa in Svizzera, in primis nella classe dirigente politica ed economica, la consapevolezza dei vantaggi della pluralità iscritta nel DNA della Svizzera e affinata lungo la sua storia. Negli anni Settanta e Ottanta, in Svizzera si è rafforzato il centralismo, il federalismo è diventato di mera esecuzione, il principio di territorialità delle lingue è stato evocato per blindare le lingue all’interno delle proprie regioni di riferimento, abdicando ad un vero dibattito nazionale sull’importanza del plurilinguismo per il Paese. Tutti segnali di una perdita di consapevolezza della natura vera del sistema e dei suoi pregi. E siccome nella Svizzera confederale il «non detto» è importante tanto quanto il detto e sancito dalle leggi, una perdita di cultura politica, di consapevolezza della natura del Paese soprattutto da parte delle classi dirigenti, può avere conseguenze nefaste per gli interessi generali della Svizzera.
È pur vero che da un paio di decenni i Cantoni (e le città) hanno (ri)trovato nuovo dinamismo nel riproporsi come soggetti dotati di ampie autonomie e che la filosofìa della nuova perequazione finanziaria federale sancisce tale ritrovata autonomia propositiva. In un simile quadro di rinnovato slancio confederale, l’importanza delle lingue e delle culture diverse che compongono il Paese stenta tuttavia ad imporsi per il suo valore e i suoi vantaggi intrinseci, presso l’opinione pubblica e i decisori per il suo valore. Proprio questo occorre far presente e rendere evidente. E per questo è utile un Gruppo parlamentare per l’italofonìa come quello inaugurato ieri.
Può forse essere utile ricordare le discussioni sulla salvaguardia dell’italofonìa in Svizzera innescate già negli anni Cinquanta da Giuseppe Lepori in seno al Consiglio di Pro Helvetia. La fondazione svizzera denunciava un «disagio nazionale» dovuto: 1. «alla predominanza dello «schwyzerdütsch» che inibisce gli scambi linguistici» 2. «la carenza di interesse suscitato dall’italiano nelle altre regioni» 3. «la carenza di scambi fra la Svizzera tedesca e la Romandia». «Se non si riesce a rafforzare la coesione interna – sottolineava Pro Helvetia – è in pericolo l’esistenza stessa della Svizzera confederale, se non per la prossima generazione, almeno per quella successiva». Il suo presidente, che a quel tempo era Jean Rudolf von Salis, illustrava la natura del Paese con una efficace osservazione: «La struttura linguistico-culturale del nostro Paese non conosce maggioranze e minoranze ma consiste in un rapporto da uno a uno fra le culture che la compongono».
Rifarsi a questa lucida consapevolezza della realtà linguistica elvetica può tornare utile anche oggi, nel momento in cui buona parte della classe politica federale e cantonale sembrano considerare la presenza di italofoni nell’Amministrazione federale o l’insegnamento dell’italiano nei licei oltralpe una questione secondaria se non irrilevante. Ormai siamo arrivati al punto in cui la pretesa della Svizzera italiana di essere rappresentata in Consiglio federale viene ridotta da molti media a semplice rivendicazione cantonale. Come se la Svizzera non riunisse regioni linguistiche che rispecchiano tre grandi lingue e culture europee, che è utile e vantaggioso per il Paese veder rappresentate nel Governo federale. Se appare necessario fare argine e rintuzzare sistematicamente la deriva che vuole ridurre questo Paese federalista, plurilingue e pluriculturale a una nazione come tutte le altre, fatta di maggioranze e minoranze, è altrettanto necessario e urgente motivare per quali ragioni la Svizzera intera ha interesse a preservare e a promuovere il plurilinguismo. E l’interesse è presto detto: ridurre il bagaglio linguistico del Paese (e in particolare di gran parte delle giovani generazioni svizzere) ad un bilinguismo schwyzerdütsch/inglese rappresenta un terribile impoverimento rispetto al cosmopolitismo che la conoscenza di più lingue e gli scambi fra regioni linguistiche diverse permette di far proprio. Ciò che oggi si richiede nel mondo globale è la capacità di apertura mentale a culture diverse. Paradossalmente, ancora una volta gli Svizzeri rischiano di perdere punti a causa della loro stessa incapacità di salvaguardare e di mettere a profitto le proprie virtù specifiche, nel nuovo contesto internazionale. E il plurillinguismo è senza dubbio parte integrante di questo capitale.

(di Moreno Bernasconi da Il Corriere del Ticino, 8 marzo 2012)

 

 

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