Infermiere o infermiera?

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robustelli_2Ritorniamo sul tema del sessismo nella lingua italiana che già avevamo trattato presentando il volume “Pari trattamento linguistico in Svizzera”, a cura di Jean Luc Egger nella nostra rubrica “Navigare tra le righe” del mese di dicembre del 2012. La Repubblica propone una bella intervista a Cecilia Robustelli, docente presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, collaboratrice dell’Accademia della Crusca sui temi della politica linguistica italiana in Europa e responsabile scientifica del progetto Lingua e Genere organizzato da Accademia della Crusca e Comune di Firenze.

Ecco l’intervista dal sito di Repubblica
Si può dire ministra? E ingegnera? È meglio avvocata o avvocatessa? Arriva la guida
Il libro di Cecilia Robustelli mette ordine nel ginepraio dei termini usati al maschile anche per le donne.

Perché è tanto difficile superare le resistenze e chiamare correttamente “architetta”, “chirurga” o “ministra”, le donne arrivate a ruoli fino a ieri solo maschili? Eppure maestra, infermiera o cameriera, da sempre quando svolgono lo stesso mestiere, distinguono le donne dagli uomini.

Sono trascorsi trent’anni dalle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini ma, anche se con qualche eccezione, per certe figure professionali o istituzionali che ormai sono donne, si usa ancora il maschile ( perfino, a volte, per scelta della interessate che credono così di dare maggior lustro alla loro carica). Basti pensare a termini come “segretario” o “direttore”, preferito per autodefinirsi da donne che hanno raggiunto quei vertici, forse perché “segretaria” o “direttrice”, appaiono ancora definizioni riduttive proprio perché femminili e abbinate finora a ruoli meno importanti.

Risultato, una grande confusione, a cominciare dal mondo dell’informazione che dovrebbe essere volano dell’uso corretto della lingua e che, invece, vede convivere termini diversi perfino nella stessa testata. Una donna incinta può essere tranquillamente definita “ministro” nella didascalia che accompagna foto o immagine in video di un servizio, mentre in altro spazio della stessa testata, la stessa rappresentante dell’esecutivo può venire chiamata correttamente al femminile.

Finalmente un piccolo libro, Donne, grammatica e media, scritto da Cecilia Robustelli, docente di Linguistica italiana all’università di Modena e consulente dell’Accademia della Crusca (che un gran lavoro ha dedicato all’argomento) mette ordine nella materia e suggerisce i termini appropriati per un giusto uso dell’Italiano, adeguato al mutamento di tempi e ruoli. Il manuale, che è augurabile venga diffuso nelle scuole e adottato dalle redazioni, è stato voluto da Gi.U.Li.A, , Associazione di giornaliste molto attiva nel campo  e sostenuto, tra gli altri, da Donne e informazione SNQ, gruppo di donne massicciamente presente nei media attraverso la rete. Arricchito e motivato dalla prefazione della Presidente onoraria dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio,  Donne, grammatica e media riparte dalle regole grammaticali corrette e fornisce, con chiarezza, le soluzioni operative per superare dubbi e perplessità circa l’adozione del genere femminile per i nomi professionali e istituzionali «alti».

Si può dire ministra? E ingegnera? Esiste il femminile di questore? È meglio avvocata o avvocatessa?  E’ preferibile donna sindaco o donna ingegnere?
La guida, pensata soprattutto per giornaliste e giornalisti, fornisce le risposte e si rivela uno strumento prezioso per tutti, affinché l’informazione finalmente riconosca, rifletta e rispetti le differenze grammaticali e semantiche, a partire da un linguaggio attento alle regole e aderente alla realtà. Non a caso, di recente, è stata proprio l’Accademia della Crusca a pronunciarsi, autorevolmente, in tal senso. Uno stimolo in più affinché l’uso della grammatica al femminile venga finalmente adottato “ufficialmente”. I termini corretti esistono e il loro uso non è un optional. Anzi, se si vuole fare un uso ottimale della nostra lingua, tenerne conto è obbligatorio.

Cecilia Robustelli, quanto è importante il linguaggio nella lotta contro la discriminazione di genere?
Il linguaggio contribuisce a costruire modelli culturali e quindi anche i modelli di “genere” maschile e femminile: per questo è molto importante nella lotta contro la discriminazione. I modelli di genere cambiano nel tempo: oggi, per esempio, è necessario che il linguaggio rifletta il tramonto del modello di omologazione delle donne al paradigma maschile – che rappresentava un vero traguardo solo poche decine di anni fa! – e sostenga quello che si basa sulla consapevolezza delle differenze di genere fra uomini e donne. Un linguaggio che associa le caratteristiche femminili a modelli negativi (si pensi ai proverbi!), che nasconde la presenza femminile dentro le espressioni maschili (anche il Papa oggi aggiunge care sorelle a a cari fratelli), che si ostina a usare la forma maschile dei titoli professionali e istituzionali di prestigio anche riferiti a una donna (maestra, velina e infermiera sono forme accettate, architetta, ministra e ingegnera no!) è discriminante e perpetua una discriminazione di genere. E questo è anche contro la legge perché la recente Convenzione di Instanbul sancisce (cap. 3.12) l’obbligo di «promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini».

Perché s’incontrano tante resistenze a usare i termini corretti (e non solo nei media), anche da parte delle donne?
Le ragioni sono più d’una. Molti di questi termini sono nuovi, risultano poco familiari e di conseguenza sembrano difficili da usare: chirurga, prefetta, sindaca fanno riferimento a ruoli professionali e istituzionali che le donne rivestono da pochissimo tempo. Poi aleggia molta incertezza riguardo al fatto che si tratti di forme corrette (e questo la dice lunga sulla conoscenza della grammatica italiana!). Credo infine che questa resistenza riveli, specialmente da parte degli uomini, una diffidenza ancora diffusa ad accettare il riconoscimento di uno status sociale di piena dignità socio-professionale per le donne e, in termini più generali, una profonda resistenza a mutare i modelli di genere tradizionali. Da parte delle donne, invece, temo che la preferenza per i titoli professionali di genere maschile risieda nella convinzione che il titolo maschile “valga di più” di quello femminile.

Che fare per accelerare una rappresentazione delle donne adeguata alla realtà?
Promuovere il linguaggio rispettoso del genere attraverso i media, le istituzioni, la scuola. Il linguaggio di coloro che operano nel mondo dell’informazione, specialmente quella televisiva, penetra in tutte le case: è mai possibile che al TG si annunci il servizio “del nostro inviato” anche se è una donna? O che nelle trasmissioni di (pseudo) informazione si inviti una esperta ma ci si soffermi sul suo abbigliamento minimizzando la sua competenza? Ma anche il linguaggio amministrativo ha bisogno di essere rivisto: i documenti hanno sempre un destinatario maschile, le cariche sono sempre rivestite da uomini…anche se sono donne. Le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, pubblicate dal Comune di Firenze e dall’Accademia della Crusca danno qualche suggerimento perché anche le donne siano incluse nella comunicazione istituzionale. Nella scuola, infine, c’è un gran bisogno di rivedere il linguaggio dei testi scolastici, comprese le grammatiche: usare il femminile in riferimento alle donne e il maschile per gli uomini rappresenta una vera e propria regola grammaticale, oltre a un modo per rappresentare donne e uomini in modo adeguato alla realtà. L’uso del genere grammaticale si acquisisce nella prima infanzia…e i bambini e le bambine l’hanno ben chiaro. Possiamo evitare che se ne dimentichino?

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