Matrimonio con adotta una parola

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Adamantino, atavico, aulente e barbaglio. E ancora, facezia, panegirico, pantagruelico, pedissequo, sacripante, serafico. Sono solo alcune delle parole della lingua italiana che vantano un “custode” d’eccezione, perché rinvenuto in una circostanza del tutto particolare: un matrimonio. Si tratta dei lemmi che Irene e Gianandrea, novelli sposi il 1 giugno, hanno scelto di donare agli invitati del loro matrimonio perché se ne prendano cura.

Adottare una parola significa accudirla, tutelarla e farla crescere amorevolmente, darle nuova vita: e così i due sposi hanno deciso di iniziare la vita coniugale con un gesto d’amore verso la lingua italiana, perché i loro cari riprendano familiarità – è il caso di dirlo – con quelle parole del vocabolario che si sono perse, abbandonate, o più semplicemente nascoste a favore di un linguaggio più generico, che impoverisce il nostro lessico riducendolo a poche migliaia di lemmi a fronte di un patrimonio che ne conta decine di migliaia.

Gli ospiti di Irene e Gianandrea accudiranno così le parole ricevute in occasione del banchetto impegnandosi a diffonderle, a utilizzarle il più possibile nello scritto e nel parlato, a segnalarne nuovi usi o abusi. Perché una scelta di questo tipo? Spiega Irene: “Abbiamo sentito parlare per la prima volta di “Adotta una parola” alla radio, e l'idea ci è piaciuta subito. La nostra prima adozione è stata “cordite” – una specie di polvere da sparo molto rumorosa e puzzolente- e usarla in pubblico è stato veramente molto difficile. Poi abbiamo deciso di sposarci, e la scelta dei nomi dei tavoli si è dimostrata subito cruciale. I posti dove siamo andati in vacanza? I nostri piatti preferiti? E poi ci è venuta l'idea: perché non pescare nel dizionario qualche parola da adottare, chiamare così ogni tavolo, e dare il certificato d'adozione ad ogni commensale? Da lì in poi è stata tutta in discesa: barbaglio, elucubrazione, pantagruelico (il tavolo degli sposi), anelito e altri hanno trovato casa dai nostri invitati. Speriamo che ne facciano buon uso!”.

Ogni tavolo riportava il nome di una parola di uso non comune – in alcuni casi addirittura abbandonate – continuano a raccontare gli sposi. Il tableau de mariage era allestito su una scrivania vecchio stile con pile di dizionari aperti sul piano. E come centrotavola una pagina tratta dallo stesso dizionario. E per ogni ospite invece del solito segnaposto zuccherato una pergamena arrotolata con il certificato di adozione della parola con cui è stato dato il nome al tavolo.

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