La Divina Commedia a tre anni?

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copertina_inferno topolino Vi proponiamo questa testimonianza pubblicata sul sito Loescher Ricerca a proposito della Divina Commedia e la letteratura per l’infanzia. L’autrice, Carmela Camodeca, partendo dal sorprendente interesse della nipotina per il poema di Dante effettua un’analisi del linguaggio del poeta che viene messo in parallelo con le strutture psico linguistiche dei bambini.

http://www.laricerca.loescher.it/letteratura/1342-la-divina-commedia-a-tre-anni.html

Subito una premessa cautelativa: l’esperienza che desidero condividere non ha alcuna pretesa di porsi come un caso emblematico. È un semplice episodio, che cercherò di riportare nel modo più oggettivo possibile, tentando qualche ipotesi esplicativa. Sta agli psicologi dell’età evolutiva, ai neurolinguisti, ai pedagogisti e agli altri esperti fornire le opportune spiegazioni e, naturalmente, ai semplici lettori trarre gli spunti che riterranno validi.

Ed ecco i fatti.
Nell’estate 2015, la mia nipotina, di allora 3 anni e tre mesi, residente in una grande città del nord Italia, è venuta a trascorrere un mese presso i nonni. La prima sera del suo soggiorno, all’ora della nanna e già nel suo lettino, presa dalla nostalgia, si è abbandonata ad un pianto sommesso e ininterrotto: io, la nonna, ho tentato in ogni modo di distrarla e di calmarla. Invano.
Dopo aver esaurito il mio repertorio favolistico e canoro, sentendomi impotente e non sapendo più a che cosa ricorrere per calmare la piccola, d’impulso, mi sono messa a recitare il primo canto dell’Inferno di Dante, quasi a voler significare: “Ah, è così? Non ti fanno smettere le coccole, le fiabe e le filastrocche? E allora, ascolta un po’ questo, e così vedremo!”. Risultato: improvvisa cessazione del pianto. Ho proseguito la recitazione fino al v. 90. (ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi.), sempre nel più assoluto silenzio della destinataria. E, quasi subito dopo la mia conclusione, ecco una vocina che irrompe e mi dice: “Mi racconti quella di prima?”. Così ho dovuto recitare una seconda volta il canto, questa volta accompagnando la voce con una certa gestualità e mimica facciale, peraltro poco visibili nella penombra della stanza.
Da allora, per circa una decina di sere, alla mia domanda: “Che storia vuoi che ti racconti?” la risposta della nipotina è stata regolarmente: “Nel mezzo del cammin”. Nel frattempo sono cominciate le prime richieste di spiegazione di singoli vocaboli, del tipo: “Che cosa vuol dire selva?”, “Che cosa vuol dire pelago?”. Stesse domande a volte ripetute, come per gioco. E sono anche iniziate le prime rettifiche a parole che capitava a me di confondere: la mia sostituzione del verbo “spandi” con “spargi” nel v. 80 (che spandi di parlar sì largo fiume) è stata prontamente notata e sono stata apostrofata con un “Hai detto spargi!”
Poi, uno dei giorni successivi, mi è venuto in mente di far vedere alla bimba lo stesso canto recitato da Roberto Benigni. Allora la piccola, che seguiva attenta, ha scoperto che Benigni proseguiva oltre il v. 90, dove io interrompevo la recitazione. E così, le sere successive, mentre stavo quasi per arrivare al fatidico verso, mi sentivo regolarmente dire dalla solita vocina: “Ma tu non ti fermare, vai avanti!”.
Infine, dopo questa prima intensa fase, le richieste serali si sono diradate, senza però scomparire del tutto. Ma l’ultima sorpresa è stata quella di sorprendere più volte la bimba, intenta ai suoi giochi o durante la sua toeletta serale, a recitare per proprio conto degli spezzoni del canto, con qualche storpiatura, com’è naturale, ma sempre rispettosa del ritmo e soprattutto delle rime.

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