La cortesia scientifica al tempo di Facebook

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Vi segnaliamo  questo articolo della professoressa  Annalisa Andreoni, docente presso IULM di Milano,  pubblicato sul sito Treccani.it in risposta all’articolo di Giuseppe Patota pubblicata sempre sulla stessa rivista e segnalato sul nostro sito (qui troverete il link).

Il 31 luglio 2018 è uscito sul Magazine della Treccani un articolo dal titolo Se ami l’italiano la citazione è d’obbligo a firma di Giuseppe Patota, storico della lingua di chiara fama. Patota lamenta che nel mio libro Ama l’italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella (Piemme, 2017) io abbia fatto uso del suo lavoro senza citarlo: nel paragrafo iniziale, intitolato Cortesia scientifica, sostiene non che io lo abbia plagiato (“Premetto – scrive – a scanso di equivoci, che quello che sto per denunciare non è il plagio di un mio scritto: non potrei in alcun modo accusare di plagio qualcuno che ha assunto da me considerazioni che io a mia volta avevo assunto da altri”), ma che io non abbia usato nei suoi confronti la “cortesia scientifica” di avvertire i miei lettori del fatto che alcune associazioni di idee altrui le aveva fatte lui prima di me. Ben venga, si dirà, un intervento sulla cortesia scientifica, presentato in una sede pubblica appropriata e scritto con molta urbanità. Purtroppo, però, il tono urbano usato in quest’occasione contrasta con quanto avviene e con quanto è già avvenuto su Facebook. Ciò richiede alcune considerazioni preliminari che ritengo possano essere utili, al di là del caso specifico, per una riflessione più generale sull’uso dei social network nel dibattito accademico.

 

Del metodo

Patota, il giorno successivo (1º agosto) condivide l’articolo sulla sua pagina Facebook, frequentata da docenti e studiosi, e ‘tagga’ 100 (cento) persone. Nulla di strano: usare Facebook per dare visibilità ai propri scritti è pratica normalmente in uso. Il professore è molto amato dalla sua platea virtuale e il post prende, in poche ore,104 like, 16 cuoricini, 8 condivisioni e 44 commenti, tra i quali vari complimenti per la finezza della prosa (“Che raffinato pamphlet!”; “Pezzo di gran pregio, as usual”; “Maestro anche di fioretto”). Ben presto, però, la discussione prende un’altra piega e arrivano reazioni indignate contro la plagiatrice. Il messaggio che viene recepito – e che Patota non si cura di rettificare, nonostante non corrisponda a quanto da lui sostenuto nell’articolo – è infatti questo: l’autrice di cui si parla ha plagiato vergognosamente. Nessuno dei commentatori si preoccupa di leggere il libro in questione e di farsi un’opinione propria: è sufficiente fidarsi di quello che dice il professore. Del resto, a nessuno importa il merito della questione, tant’è che nessuno discute i brani messi a confronto; ognuno, invece, racconta il proprio caso, ossia di quando è toccato a lui esser plagiato, e l’articolo viene plaudito quasi fosse un’efficace vendetta collettiva.

C’è chi osserva “Credo manchi una seria cultura ed etica [sic]della ricerca”, chi invita a picchiare più duro (“Sei troppo buono”; “Troppo, troppo clemente”), chi si dice plagiato anni prima da una “signorina (forse signora, nel frattempo, non so)”, chi denuncia il saccheggio di una propria voce d’enciclopedia, chi lamenta di aver visto commentati come appartenenti a un corpus originale alcuni SMS presi da un proprio libro e consola il professore ricordandogli che “Il plagio è riconoscimento di autorevolezza”. Solo qualcuno, alquanto più avveduto, osserva che “Spesso sono gli editori che chiedono di non mettere né note né rinvii ma solo una bibliografia finale”; per il resto ci si rallegra della giusta punizione inflitta alla rea, la cui colpevolezza viene data per scontata. Si innesca, insomma, il tipico meccanismo comportamentale indotto dal social network, al punto che verrebbe voglia di farne un caso di studio per un saggio su L’intellettuale nell’arena di Facebook. Non si registra, infatti, un solo commento che dica: “Leggerò il libro dell’Andreoni, poi rileggerò l’articolo di Patota e infine darò la mia opinione”, come ci si aspetterebbe da ogni studioso amico della verità almeno quanto di Platone.

Mi soffermo su questo aspetto di metodo, perché non è la prima volta che viene fatto un uso disinvolto di Facebookper screditare il mio lavoro (nessuno tema che io voglia eludere il merito: ci arriverò tra poco). Cinque mesi fa, nel marzo 2018, mi trovavo in Francia, invitata a parlare di Ama l’italiano in una università; nelle more del viaggio, apro Facebook e mi appare un post di Michele Cortelazzo (datato 14 marzo)che espone un fotomontaggio di due pagine del mio libro accostate a una pagina di un libro di Patota sotto il titolo di Plagio n° 6. Apprendo così che Cortelazzo – il quale ricopre fra l’altro il delicato incarico di Presidente dell’Associazione per la storia della lingua italiana (ASLI) – è uso istruire su Facebook quelli che si direbbero processi sommari, nei quali espone alla gogna mediatica quanti ritiene colpevoli di plagio, e mi avvedo di essere stata inserita, a mia insaputa, nella sua personale classifica dell’infamia.

Mi chiedo se Cortelazzo, che nel post ringrazia l’amico Geppi Patota per la segnalazione, abbia letto Ama l’italiano prima di metterlo alla berlina o si sia limitato a pubblicare il fotomontaggio dell’amico fidandosi della sua parola. Di sicuro non ha esercitato la sua acribia filologica, altrimenti si sarebbe accorto che si tratta di una manipolazione la quale affianca, come se fossero le due pagine di un libro aperto, due pagine non contigue di Ama l’italiano (p. 15 e p. 18). Sembra, così,che le tre citazioni contenute in quelle due pagine siano una di seguito all’altra, come nella pagina di Patota, mentre nel mio libro si trovano una (quella tratta dalla Storia linguistica dell’Italia unita di Tullio De Mauro) all’inizio di un ragionamento che si sviluppa per più pagine e fa uso, nella sua articolazione, di varie altre citazioni, una (quella da La lingua degli angeli di Harro Stammerjohann) alla fine del ragionamento, e la terza (quella notissima di Thomas Mann sulla “lingua degli angeli”) in esergo al capitolo. Il fotomontaggio, poi, non riporta le note inserite nel mio testo – che in Ama l’italiano non sono a piè di pagina, bensì in fondo al libro – e dunque nasconde che ogni mia citazione contiene l’indicazione precisa della fonte dalla quale è tratta (cosa che permetterebbe di verificare l’esattezza alla lettera di ognuna di esse e di capire che non sono di seconda mano, ma sono tratte dalle fonti originali). Allo sguardo frettoloso degli utenti di Facebook la manipolazione genera così un facile “effetto plagio”.

Contemporaneamente, nella pagina Facebook di Patota figura un post (datato 15 marzo) con una faccina sorridente nel quale il professore si dichiara “felice”: “Cari amici, ho eliminato il post intitolato “TROVA LE DIFFERENZE” perché ha suscitato commenti che andavano al di là delle mie giocose intenzioni…”. Patota prende 24 like, 2 cuoricini, 2 faccine ridenti e una faccina stupita. Tra i commenti si legge: “Magnanimità pura”, “Sei proprio un signore”, “Noooo, e perché? Era così stupefacente vedere che era stato plagiato uno dei più famosi storici della lingua italiana (dico, almeno avesse plagiato uno sconosciuto)” con faccina ridente fino alle lacrime. Posso solo immaginare il livello di ferocia che devono aver raggiunto i commenti del post intitolato Trova le differenze, ma devo ritenerli parecchio aggressivi, se sono stati rimossi.

Il fatto curioso è che anch’io figuro tra gli amici di Facebook di Cortelazzo e Patota, ma in tutto questo fervore di socialità mediatica non vengo mai taggata. Come mai? I due sono così sbadati che non ricordano nemmeno a chi hanno concesso la loro amicizia? Oppure non mi invitano nella discussione che mi riguarda, evitando il confronto aperto, ben sapendo però che, in quanto loro ‘amica’, avrei letto quello che scrivevano gli altri, assistendo alla mia propria lapidazione virtuale? Non posso fare a meno di chiedermi quali siano le motivazioni di tale condotta da parte di due linguisti tanto autorevoli, giacché ritenerli inconsapevoli delle dinamiche della Rete e della gravità di certe azioni sarebbe far loro torto. Ma non voglio credere, come taluno mi suggerisce, che alla base vi sia del fastidio per aver osato, io letterata, invadere un campo disciplinare ‘altrui’ come quello della lingua italiana, sia pure nell’ambito della pubblicistica divulgativa.

 

Del merito

Arriviamo così all’articolo del 31 luglio sul Magazine della Treccani. Sono passati cinque mesi e il tempo è servito a Patota per cambiare idea e riformulare il capo d’accusa da plagio a scortesia. Me ne rallegro, perché il plagio è un reato e accusare una persona di un reato che non ha commesso è diffamazione. Adesso il professore lamenta la “scarsa attenzione nei confronti di un’associazione d’idee fatta in precedenza da altri”. Si badi bene, non rivendica l’idea, bensì “l’associazione di idee”: cioè Patota si aspettava di essere citato non in quanto padre di un’idea da lui espressa, ma in quanto associatore di idee altrui. E quali sono le idee associate? Quelle, mi sembra di capire, di italiano e di bellezza, e la prova sarebbero quelle stesse tre citazioni del fotomontaggio postato mesi prima da Cortelazzo.

Ora, il libro da cui avrei preso l’associazione di idee, La grande bellezza dell’italiano. Dante, Petrarca, Boccaccio è in realtà, come sa bene chi l’ha letto, un libro dedicato a Dante, Petrarca e Boccaccio e, nonostante il titolo suggestivo, tocca i temi che ho io affrontato nel primo capitolo del mio libro soltanto in un paio di pagine dell’introduzione, per trattare poi di tutt’altro. Ho grande rispetto e stima per Patota, ma nel caso specifico ritengo che le sue pagine non arrechino valore aggiunto, sul piano della ricerca e delle idee, a quanto si può leggere nel libro di Harro Stammerjohann La lingua degli angeli. Italianismo, italianismi e giudizi sulla lingua italiana (Accademia della Crusca, 2013), a tutti noto, che è invece per intero dedicato alla riflessione su come gli stranieri abbiano giudicato l’italiano nel tempo e all’associazione tra italiano e bellezza. Ritengo, per la precisione,che il valore e l’originalità scientifica dell’ottimo libro di Patota stiano nell’analisi linguistica di Dante, Petrarca e Boccaccio – analisi che si svolge per quasi 300 pagine – e non nelle pagine introduttive che riprendono cose e concetti già studiati da Stammerjohann. Stammerjohann ha condotto una ricerca eccellente e ha dato un senso e un’interpretazione storiografica a quelle che prima erano citazioni sparse più o meno note (alcune notissime, come quella di Thomas Mann che si trova ovunque). È dunque a lui che occorre riconoscere il merito scientifico di aver messo in relazione italiano e bellezza e di aver illustrato in modo sistematico come gli stranieri vedano la nostra lingua. In tutta sincerità, non so come Patota possa ritenere, in virtù delle sue poche pagine, di avere la primogenitura dell’associazione d’idee rispetto al libro di Stammerjohann, libro uscito due anni prima del suo e dal quale egli trae, per sua stessa ammissione, le ‘sue’ tre citazioni. So però come ho lavorato io.

Il mio punto di partenza (come credo per tutti quelli che vogliano occuparsi di questo argomento) è stato Stammerjohann, che cito molte volte, peraltro, dato il contesto divulgativo in cui ci troviamo, traducendo le citazioni da lui fornite nell’originale francese o inglese (casi nei quali ho dato in nota, oltre al numero di pagina di Stammerjohann, anche, come doveroso, il nome della persona che ha fatto la traduzione). Ma le citazioni sono frutto della lettura di molti libri diversi, e le ho ordinate e commentate secondo un ordine utile al mio ragionamento. Quelle incriminate, come ho già detto, si trovano nel mio libro separate da altre cinque citazioni (per la precisione: tre di M.me de Staël, una di John Keats e una di Osip Mandel’štam), all’inizio e alla fine di una argomentazione che prende diverse pagine, mentre l’articolo di Patota – come faceva già il “taglia e incolla” del fotomontaggio – le descrive come se fossero una di seguito all’altra.

L’unico riferimento che vi è nelle mie pagine a Patota – ed è questo il motivo per cui la sua Grande bellezza figura nella mia bibliografia – è quello relativo alla considerazione che le lingue in sé non sono né belle né brutte, ma si tratta appunto di un riferimento, perché io scrivo: “Se lo chiedessimo a un linguista, ci risponderebbe che nessun argomento scientificamente fondato permette di affermare che una lingua sia più bella di un’altra” (p. 18). Non ho specificato il suo nome, però ho attribuito l’opinione ai linguisti in generale, non certo a me stessa. Mi è infatti sembrata una considerazione talmente elementare e condivisa nella linguistica che non credevo davvero che Patota volesse rivendicarne la paternità. Peraltro, egli sa benissimo che quando io ho riferito di una scoperta o di un lavoro originalmente suo, come nel caso dell’uso del termine “petrarchino” da parte di Bembo o dell’etimologia di “bravo”, l’ho citato, oltre che in bibliografia, anche in nota, rimandando ai due libri nei quali ne parla: era, in quei casi,naturale farlo.

In Ama l’italiano ho utilizzato una bibliografia molto ampia, avendo cura di fornire ai lettori un panorama aggiornato delle questioni affrontate. Relativamente alle citazioni, ci tengo a precisare che non sono quasi mai di seconda mano (in questi pochi casi ho citato in nota ovviamente non la fonte ma voce bibliografica che stavo leggendo), ma sono risalita, quasi sempre, alle fonti primarie, anche se mi è capitato di arrivarci, come talvolta avviene, da citazioni di terzi. In questo modo ho potuto anche correggere sviste e fraintendimenti presenti in vari autorevoli saggi. Il ricorso diretto alle fonti – che è il modo in cui sono abituata a lavorare – mi ha permesso di collocare le opere nel giusto contesto e di seguire in Ama l’italiano un percorso originale anche nell’ambito di temi noti. Le citazioni ampie e numerose dai testi di cui parlo, frutto di quest’uso diretto delle fonti e funzionali alle argomentazioni che svolgo, sono descritte da Patota come truffaldina tecnica dell’amplificatio: devo essermi persa qualcosa, perché io credevo che uno che copia lo facesse per risparmiare tempo e fatica!

Tra i meriti che Patota rivendica vi è quello di  essere stato il primo in Italia a conoscere nel 2009, ancor prima che uscisse a stampa, in quanto amico dell’autrice, il libro La Bella Lingua. My Love Affair with Italian, the World’s Most Enchanting Language di Dianne Hales. Nel 2017, però, il libro era a disposizione di tutti i lettori, anche di quelli non amici della Hales: io l’ho letto nella biblioteca Valvassori Peroni, dove possono trovarlo tutti i milanesi, e avendovi individuato passi utili al mio ragionamento, li ho citati dando com’è ovvio i riferimenti diretti alla fonte stessa che stavo leggendo, traducendoli oltretutto in italiano. La Hales, inoltre, non figura affatto nel mio lavoro insieme alle tre citazioni incriminate da Patota, come sembra dalla sua esposizione, bensì in un altro paragrafo intitolato Cosa amano gli stranieri dell’italiano?, dopo il libro In altre parole di Jhumpa Lahiri. Non posso credere, in coscienza, che Patota pretenda che io mettessi una nota per ricordare che il libro della Hales era stato citato precedentemente in una sua pagina. Perché mai avrei dovuto mettere una nota per dare al lettore – non specialista, ricordo – questa informazione per lui del tutto irrilevante?

Segnalare da dove abbiamo ricavato notizia di un testo è opportuno nel caso di fonti inedite o rare o ignote prima che fossero scoperte da qualcuno venuto prima di noi, ma di sicuro un libro stampato nel 2009 negli Stati Uniti, che porta scritto in copertina “New York Times bestseller” e ha avuto diffusione al punto di essere leggibile persino in una biblioteca rionale, non rientra in questo caso. Del resto, sono molti i modi in cui si viene a conoscenza della bibliografia; può essere per il suggerimento di un amico, per una recensione sul giornale o per una segnalazione presente in un altro libro che si sta leggendo: quello di risalire da un libro all’altro è il modo normale in cui si studia e, se non ci sono idee interpretative originali di mezzo (come, ribadisco, non ci sono in questo caso), non si può rendere conto di dove si è trovata notizia di ogni libro.

Patota, che si è impegnato in questi cinque mesi a ricercare le scorrettezze che avrei usato non solo nei suoi confronti, ma addirittura erga omnes, come recita il titolo di un paragrafo del suo articolo (con uso vero dell’amplificatio, osservo, visto che il caso citato è uno solo), ritiene di muovermi anche l’accusa di non aver segnalato che nell’Italiano nel mondo di Giovanardi e Trifone del 2012 era citato un libro di cui io parlo ampiamente, Mangia prega ama di Elizabeth Gilbert. Il fatto che il libro della Gilbert sia un noto best-seller, grazie al film con Julia Roberts, al punto di essere tra i libri più richiesti in prestito nelle biblioteche comunali italiane, non gli suggerisce che io potrei esserne venuta a conoscenza autonomamente. E ancora, il fatto che Ama l’italiano contenga due lunghe citazioni di quel libro e L’italiano nel mondo solo una, che in una logica  normale dovrebbe essere addotto a prova di indipendenza, per lui è, di nuovo, tecnica retorica dell’amplificatio. Infine, il fatto che il libro di Giovanardi e Trifone non figuri nella mia bibliografia diventa per lui un’aggravante, come se l’avessi volutamente occultato, anziché indurlo a supporre che possa essermi sfuggito. Ciò, sottolineo, in assenza, come del resto avviene in tutto l’articolo di Patota, di qualunque riscontro testuale o, quanto meno, di una spia linguistica che leghi la mia prosa ai libri che avrei “copiato” (secondo Facebook) o “scorrettamente utilizzato” (secondo l’articolo Treccani) come elemento probante: solo citazioni di altri libri che io mostro di aver letto direttamente e per intero.

Ora, Ama l’italiano è un libro che ha un intento divulgativo, cioè, per definizione, un libro che racconta al grande pubblico cose studiate da altri prima (alcune anche originalmente da me, a onor del vero). La scelta concordata con l’editore, per non appesantire la pagina, è stata quella di mettere note specifiche solo in occasione delle citazioni per indicare da quali testi erano tratte, e di dare nella bibliografia finale la lista dei libri letti e utilizzati, pratica normalmente in uso in questo contesto (diversa è, ovviamente, la pratica che seguiamo nei libri e nei saggi scientifici, nei quali rendiamo conto passo passo nelle note a piè di pagina del dialogo che si instaura con la bibliografia precedente). A questo sistema mi sono attenuta, tranne nei casi di riferimento puntuale alla bibliografia che hanno richiesto un rimando specifico. Ma se ricordo al lettore una cosa nota come il fatto che italic in inglese significa ‘corsivo’, prego Giuseppe Patota di credere che non ho bisogno di plagiare lui o altri per farlo: è normale che io lo sappia, insegno letteratura italiana, sono specialista – fra l’altro – del Rinascimento ed è una cosa che racconto abitualmente ai miei studenti. Infatti mi è uscita dalla penna a p. 53 del mio libro, in un contesto in cui la bellezza dell’italiano non c’entra nulla: non andrebbe messa in fila con delle citazioni che sono a p. 15 e a p. 18, per dare l’impressione che sia stata copiata sempre dalla solita paginetta sua.

 

 

Per concludere

 

La mia storia ventennale di studiosa credo basti a mettermi al riparo da frettolose accuse di “sciatteria”, “leggerezza” e “scarsa considerazione del lavoro altrui”. Vorrei anch’io, come Patota, che tra studiosi si coltivassero un po’ di più la cortesia accademica e il rispetto reciproco, che altro non è, in fondo, se non rispetto verso il lavoro stesso che facciamo. Dal momento che si è sentito parte lesa, sarebbe stato opportuno che contattasse l’autrice del libro direttamente, chiedendole ragione del suo comportamento, anziché adoperarsi a suscitare l’indignazione della Rete. Quanto più cortese, scientificamente e non, sarebbe stato scrivere un’email (non si pretende, per carità, una lettera missiva di quelle che si scambiavano i professori universitari di una volta) o, non volendo proprio uscire da Facebook,un messaggio su Messenger, che l’accorto Zuckerberg ha incorporato nella sua creatura!

Concludo con un’ultima considerazione. Il mio libro è pubblicato, ognuno può leggerlo e farsi una propria opinione sul suo effettivo valore; ho lavorato su un progetto originale, con coscienza e rispetto del lavoro altrui, dandone contezza nei limiti che impone una pubblicazione indirizzata al grande pubblico,e se ho omesso qualche citazione che sarebbe invece stata opportuna sono pronta a riconoscerlo e a porvi rimedio, ma non accetto in alcun modo il metodo della gogna e del processo sommario ancorché virtuali. Credo infatti che un confronto diretto serio e sereno, rispettoso dell’interlocutore, vada a vantaggio di tutti, in special modo dei giovani in formazione che ci leggono.

*Università IULM di Milano

 

Riferimenti bibliografici

Annalisa Andreoni, Ama l’italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella, Milano, Piemme 2017

Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza 2008

Elizabeth Gilbert, Mangia prega ama, traduzione italiana di M. Crepax, Milano, Rizzoli 2010

Claudio Giovanardi-Pietro Trifone, L’italiano nel mondo, Roma, Carocci 2012

Dianne Hales, La Bella Lingua. My Love Affair with Italian, the World’s Most Enchanting Language, Portland, Broadway Books 2009

Jhumpa Lahiri, In altre parole, Milano, Guanda 2016

Giuseppe Patota, La grande bellezza dell’italiano. Dante, Petrarca, Boccaccio, Roma-Bari, Laterza 2015

Harro Stammerjohann, La lingua degli angeli. Italianismo, italianismi e giudizi sulla lingua italiana, Firenze, Accademia della Crusca, 2013.

Immagine: By Simon3 [CC BY 4.0  (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0)], via Wikimedia Commons

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