Giornata della Lingua madre, quante lingue si parlano in Italia?

0

wiredIn occasione della Giornata internazionale della Lingua madre, il dialettologo Tullio Telmon parla della ricchezza linguistica del nostro paese fra politiche di tutela talvolta inefficaci e aneddoti curiosi

 

Se a un amico chiedessimo quale lingua si parla nel nostro paese, ci prenderebbe probabilmente per matti considerando l’ovvietà della risposta: l’italiano. Per quanto corretta, questa risposta non renderebbe giustizia a un panorama che è molto più complesso. Oltre all’italiano standard – quello che tutti riconosciamo come lingua comune – esistono gli italiani regionali e i dialetti.

Ma non finisce qui, perché ci sono anche le minoranze linguistiche, lingue riconosciute ufficialmente dalla legge 482 del 1999 che all’articolo 2 stabilisce che “la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo”.

Il 21 febbraio è la Giornata internazionale della Lingua madre, celebrata dal 2000 su iniziativa dell’Unesco per promuovere la diversità linguistica. Proprio della ricchezza linguistica del nostro paese abbiamo parlato con uno dei più noti dialettologi italiani, Tullio Telmon, deocente emerito dell’università di Torino, dove per anni ha diretto il dipartimento di Scienze del linguaggio, e autore di Le minoranze linguistiche in Italia (Edizioni dell’Orso).

Professor Telmon, quali minoranze linguistiche abbiamo in Italia?

“La risposta è duplice. Ufficialmente in Italia sono riconosciute come minoranze linguistiche, quelle elencate nella legge del 1999. Agli occhi del dialettologo, tuttavia, la situazione è più complessa perché una minoranza linguistica è in realtà una qualsiasi lingua diversa da quella ufficiale. In questa prospettiva anche il dialetto del paesino sperduto in provincia di Sondrio andrebbe considerato una minoranza e si potrebbe quasi dire che in Italia ci sono tante minoranze quanti comuni”.

Una ricchezza e diversificazione linguistica come quella italiana si trova anche in altri paesi?

“Nella configurazione attuale, l’Italia è un caso del tutto speciale perché è la nazione che ha maggiormente conservato la propria varietà dialettale. In paesi come la Francia, l’egemonia del francese è stata più forte e l’alfabetizzazione si è diffusa prima. In Italia, dove fino all’unificazione i tassi di analfabetismo erano intorno al 90%, la frammentazione linguistica è durata più a lungo e di conseguenza si è radicata maggiormente”.

Oggi fenomeni come la globalizzazione stanno indebolendo questa diversità?

“Dando uno sguardo rapido e d’insieme, si ha questa sensazione. Ma guardando più da vicino, si intravedono forze contrarie a questa uniformazione linguistica mossa dalla globalizzazione”.

Gli italiani come vedono i dialetti e le lingue locali?

“Dall’Unità di Italia in poi, la volontà di far apprendere l’italiano è stata molto intensa e ha avuto successo, ma al tempo stesso c’è stato un processo di stigmatizzazione, di condanna dei dialetti locali: chi li parlava era identificato con l’analfabeta o comunque con qualcuno di una classe sociale più svantaggiata. Oggi che quasi tutti parlano l’italiano come lingua materna, questa identificazione è in gran parte svanita. Anzi, si ha la sensazione che la conoscenza del dialetto sia diventata un motivo di orgoglio”.

Spesso si sente dire che i giovani stanno dimenticando del tutto le lingue locali. È vero?

“Non del tutto. Molti gruppi di ragazzi inseriscono nel loro giovanilese – come viene chiamato – un certo numero di elementi dialettali: è una forma di plurilinguismo inedita, che ai miei tempi non esisteva”.

Ritiene che le politiche di tutela delle minoranze siano efficaci?

“Direi di no, soprattutto se penso a quelle più citate, come l’inserimento delle lingue locali nell’insegnamento scolastico. Va contro lo spirito stesso della tutela perché si creano situazioni in cui a casa i genitori optano per insegnare come lingua materna l’italiano, trascurando la lingua locale. Occorre semmai incentivare i genitori a trasmettere ai propri figli la lingua locale come lingua madre e poi insegnare a scuola l’italiano standard. Sono anni che suggerisco di istituire, invece del bonus bebè, un bonus linguistico per premiare quelle famiglie che in prima elementare portano bimbi capaci di parlare il dialetto locale”.

Forse alcuni genitori temono che insegnare prima il dialetto dell’italiano sia controproducente.

“E si sbagliano. Il cervello umano è predisposto al plurilinguismo e cognitivamente chi parla più di una lingua è avvantaggiato. Chi impara prima il dialetto è poi perfettamente in grado di acquisire sia l’italiano sia altre lingue. Purtroppo questa visione fa fatica a essere accettata”.

L’origine di alcune minoranze linguistiche nasconde sorprese e curiosità. Ce ne può raccontare qualcuna?

“Soprende molti, per esempio, scoprire che in provincia di Cosenza esiste un paese chiamato Guardia piemontese, dove vive una minoranza che parla il francoprovenzale. Quest’isola linguistica deriva da una colonia di valdesi trasferitisi in Italia meridionale probabilmente per evangelizzare quelle zone.

Parlate francoprovenzali si trovano anche in Puglia, nei comuni di Celle e Faeto, in provincia di Foggia, giunte qui intorno al Duecento, grazie a soldatesche originarie della Francia a seguito dei contrasti fra Federico II di Svevia e i nobili locali. Alle politiche matrimoniali di Federico II, si deve anche l’esistenza di minoranze con parlate settentrionali in alcuni comuni siciliani”.

La Sardegna è un caso altrettanto curioso linguisticamente.

“Sì perché oltre al sardo, che è riconosciuta come una minoranza linguistica, sull’isola si trova anche un gruppo che parla il catalano nella città di Alghero. Qui Ferdinando di Aragona – che un tempo possedeva l’isola – mandò alcuni galeotti, forzati e prigionieri per coltivare le terre e questi diedero vita a una colonia.

“E sull’isola di Carloforte è poi presente una minoranza che parla il genovese, che deriva anche in questo caso da una colonia, creata quando la Sardegna è passata ai Savoia, da alcuni pescatori di corallo”.

leggi l’articolo su wired.it

Condividi

L'Autore

I commenti sono chiusi.