Dai transistor allo smartphone, la radicale trasformazione della radio – Intervista a Marino Sinibaldi direttore di Radio 3 RAI

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Dal sito  “Le Macchine volanti” vi proponiamo integralmente questa intervista a Marino Sinibaldi, direttore di Radio 3 RAI, sull’evoluzione dei media e in particolare della radio

“Continuano le conversazioni delle Macchine Volanti per raccontare l’impatto della rivoluzione digitale sul mondo del lavoro. Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio 3, è il protagonista del secondo incontro dedicato al mondo del giornalismo, uno dei mestieri che le nuove tecnologie hanno più profondamente trasformato.

Quanto tempo ti prendono oggi i dispositivi tecnologici?

Questi dispositivi hanno un impatto enorme, gigantesco. Tale che non si può parlare del tempo che dedichiamo loro; sarebbe come raccontare quante ore passiamo a parlare o a pensare. Per questo trovo discutibili le ricerche sulla quantità di tempo che dedichiamo ai dispositivi: è una forma di attività umana compenetrata con tutte le altre. Durante l’ultima conversazione che ho avuto con una persona, ho aperto un messaggio su WhatsApp, ho letto una biografia su un sito web, ho visto una mail; tutto durante una conversazione di lavoro di un paio di minuti. In un certo senso anche la radio ha delle caratteristiche simili: è un medium che si inserisce negli interstizi della vita, che ci accompagna in continuazione durante la giornata.

Ha un’opinione negativa o positiva di tutti questi cambiamenti?

Non negativa, ma nemmeno positiva. È qualcosa di apocalittico, ma nel senso letterale del termine: un mutamento di stato. Fin dall’inizio, tutto questo mi ha fatto pensare a un cambiamento simile non tanto alla stampa, ma addirittura alla scrittura; forse ancora più profondo. Ha cambiato tutte le modalità di accesso al sapere: è qualcosa che entra nei processi di creazione e cambia anche quelli relativi all’accumulazione e alla memoria.

Un tempo si facevano telefonate chilometriche, oggi le conversazioni sono spezzate in mille forme, compresi i messaggi vocali su WhatsApp: come cambia la comunicazione?

È tutto molto frammentato: da un lato è in corso un processo di unificazione delle forme di comunicazione; per esempio, lo smartphone sta trionfando ed è il nostro mezzo di accesso principale. La conversazione invece è disseminata di riferimenti; durante una telefonata ti mando un’immagine via WhatsApp, ti mando un progetto per mail oppure preferisco mettere per iscritto, sempre via mail, qualcosa che ci siamo detti a voce. Tutto si unifica nello smartphone, ma all’interno di questa convergenza si crea una frammentazione interna. Quindi, unificazione e frammentazione; contemporaneamente.

Qual è la telefonata più lunga che hai fatto di recente?

Ormai sono tutte più o meno sulla stessa lunghezza; più che altro si sono creati nuovi modelli di conversazione. Oggi se mi chiamano per chiedermi gli orari dei treni, non li comunico più durante la telefonata; mando gli orari in un’altra forma. Per questo le telefonate non sono più così lunghe, perché la telefonata dirama in altre forme di comunicazione. È un cambiamento che si riassume nella domanda iniziale delle conversazioni al telefono; quando c’erano i fissi era “come stai?”, adesso è: “dove sei?”. L’elemento della mobilità è un altro tema gigantesco.

Che ricordi ha dell’utilizzo della tecnologia: il primo computer, la prima chiamata al cellulare?

Il primo cellulare l’ho preso in affitto, era il 1995 o il 1996 e ne avevo bisogno per ragioni di comunicazione familiare. Qualche anno prima, attorno al 1989, ho invece preso il primo computer; era uno di quelli in cui il programma da usare era in un dischetto che andava ogni volta caricato e lanciato. Ho una quantità di dischetti di Easy Writer (un programma di scrittura, NdR); oggi non so dove siano, ma in ogni caso non li potrei più nemmeno aprire. Anche questo è un elemento ambivalente: da una parte le conversazioni hanno oggi potenzialità abissali; dall’altra, la furia dell’innovazione non mi permette nemmeno di leggere quanto ho scritto una ventina d’anni fa.

Quale applicazione apre per prima la mattina?

Per prima cosa apro la radio, che ascolto attraverso lo smartphone con le cuffie. Poi apro il sito di un quotidiano e Twitter.

Cosa vorrebbe nel suo smartphone che non ha?

Sarebbe bello saperlo! È l’attività più geniale del nostro tempo: ho una grande ammirazione – ma anche un po’ di timore, visto come stanno colonizzando le nostre vite – per chi riesce a ideare qualcosa di nuovo, perché in verità c’è già tutto. Un tempo collezionavo annunci di innovazioni per vedere quali si sarebbero realizzate. Ho conservato un vecchio articolo su Panorama in cui si parlava del “teletelefono”: una sorta di smartphone. Invece ho subito avuto dubbi per quanto riguarda gli occhiali di Google, mi sembravano una fesseria. Trovo intelligente, piuttosto, l’idea di inserire elementi tecnologici all’interno dei normali occhiali.

Crede che la corsa alla digitalizzazione abbia favorito il proliferare di fake news?

È un tema immenso: le fake news sono sempre esistite, ma la digitalizzazione ha avuto un enorme impatto nella loro velocità di diffusione. È questo il problema delle fake news: occorre tempo per smontarle, ma la rete ha eliminato questo spazio. È importante anche l’intreccio tra tecnologia e percezione: in un certo senso, è in corso una battaglia tra la riduzione dell’informazione online in camere dell’eco (anche note come filter bubble, NdR) e la possibilità, che temo sia ormai residuale, di creare un grande campo di discorso pubblico. La tecnologia della rete è inclusiva, permette a chiunque di parlare, ma sta venendo sopraffatta da idee esclusive. Siamo ancora in tempo per cambiare questa dinamica?

Il giornalismo digitale ormai è realtà. Come immagina la sua evoluzione?

Siamo tutti dentro a questa trasformazione, quindi provare a immaginarne gli esiti sarebbe imprudente. Per quanto riguarda la stampa tradizionale, l’esito è segnato. Altri mezzi, come la televisione, sono in una fase di passaggio: da una parte, c’è una forma di moltiplicazione resa possibile dall’uso che ne fa la rete; allo stesso tempo, però, la TV ha perso centralità nella formazione dell’opinione pubblica. Il caso della radio è diverso, ha una sua eccezionalità: la radio è parola e per questo è difficile sottrarla al confine linguistico; un aspetto che la limita, ma la protegge anche. Inoltre, la radio è un mezzo che ha una grande capacità di metamorfosi e di ibridazione: è sempre stato così. La storia della radio è segnata dai suoi cambiamenti di stato radicali.

In che senso?

A differenza dei quotidiani e della TV, che sono sempre più o meno uguali, se una persona che vive nel 1930 mi vedesse oggi mentre ascolto la radio, non capirebbe nemmeno che cosa stia facendo. La prima rottura è stata l’invenzione della radio a transistor – che negli anni ’50 ha permesso a tutti di portarsi la radio in camera propria e ascoltare, per esempio, il rock & roll – la seconda è quella del digitale, che permette il riascolto dei programmi e fa perdere l’elemento della contemporaneità. Ma la radio si è sempre ibridata; d’altra parte è uno strumento nato insieme al telefono, in un’epoca in cui nessuno sapeva quale sarebbe stato il sistema per la comunicazione di massa e quale quello per la comunicazione uno a uno. Marcel Proust usava il telefono per ascoltare i concerti! Per la radio, inoltre, l’interattività è sempre stato un elemento centrale; un aspetto che, assieme alla sua capacità di ibridarsi e cambiare, è uno dei suoi principali punti di forza.”

Leggi l’intervista sul sito lemacchinevolanti.it

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