Più che un dovere, la grammatica è un diritto

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italiano_vero“Un italiano vero. La lingua in cui viviamo” di Giuseppe Antonelli è il nostro libro del mese di dicembre, con un’intervista con l’autore

“Un italiano vero” fa pensare immediatamente a Toto Cutugno, chissà quante volte l’avranno detto a Giuseppe Antonelli, che ha intitolato così il suo ultimo libro. E allora partiamo dal titolo. Come mai questa scelta?
Perché credo che l’italiano della canzone, della canzone popolare, sia un buon punto di partenza per riflettere sulla storia recente della nostra lingua. E poi perché la vera novità degli ultimi anni è proprio questa: finalmente gli italiani, quasi tutti gli italiani, usano un italiano vero, quotidiano, informale non solo quando parlano, ma anche – grazie ai nuovi mezzi di comunicazione – quando scrivono.

 Se l’italiano è diventata la lingua di tutti gli italiani, grazie anche e soprattutto alla Rai, quale differenza con la lingua scritta, soprattutto oggi in relazione ai social media?
Con i nuovi mezzi di scrittura, la differenza tra lingua parlata e lingua scritta si va assottigliando. Perché la scrittura dei messaggini imita molto la lingua parlata. Nelle frasi spezzate che si completano grazie al dialogo, nel ricorso al dialetto e a un lessico meno curato, nella scarsa attenzione a grammatica e sintassi. Quella che nel frattempo è aumentata molto – invece – è la distanza tra questo modo di scrivere, che io chiamo l’e-taliano, e la scrittura che potremmo definire tradizionale. Per questo è sempre più importante leggere: leggere racconti, romanzi, saggi o anche solo articoli di giornale. Per non perdere il contatto con una scrittura, e soprattutto con una testualità, compiuta.

 Sei il conduttore del programma “La lingua batte” e della Giornata ProGrammatica su Radio3, da quest’anno in collaborazione con la Comunità radiotelevisiva italofona. Come agisce la radio, il medium più vecchio, ma quanto mai attuale, sulla nostra lingua?
La radio negli ultimi anni ha riguadagnato molte posizioni. È più ascoltata in senso quantitativo ma anche qualitativo: vale a dire, con grande attenzione e considerazione. E rispetto alla tv permette un approfondimento maggiore, un ritmo meno frastornante. Ogni puntata della nostra trasmissione è sempre il risultato di un lavoro di gruppo, portato avanti insieme a Cristina Faloci e a Manuel De Lucia sotto la supervisione di Monica Nonno e di Marino Sinibaldi. In ogni puntata cerchiamo di raccontare la nostra lingua nei suoi vari aspetti, guardando sia alla storia sia alla attualità, con la speranza di non risultare mai noiosi. Per questo tipo di racconto la radio è senz’altro il mezzo ideale.

Uno studio dell’ISTAT dice che un terzo degli italiani parla sia in italiano che in dialetto all’interno della famiglia. Quale il rapporto oggi dell’italiano con i vari dialetti che ancora permangono, magari nella dimensione personale e familiare?
Cinquant’anni fa i dialetti venivano dati per spacciati e fino alla fine del Novecento quello della “morte dei dialetti” è stato considerato un tema molto attuale. Poi si è scoperto che la maggiore confidenza con la lingua nazionale non ha affatto portato gli italiani ad abbandonare il dialetto: anzi, ha fatto sì che lo riscoprissero. Oggi nessuno si vergogna più di usare il dialetto proprio perché tutti sanno parlare l’italiano. Così il dialetto è diventato la lingua degli affetti, dell’informalità, del divertimento. E convive tranquillamente, nei discorsi in famiglia o tra amici, con l’italiano. Il vero italiano parlato è, ormai da un po’, un italiano regionale in cui si mescolano o si alternano – in varia misura – italiano e dialetto.

 L’italiano è la lingua in cui viviamo. “La lingua siamo noi” sostieni nel tuo libro. Cosa fare per prenderci cura della nostra lingua?
Smettere di essere passivi. Di accettare passivamente le mode linguistiche veicolate dai vari mezzi di comunicazione. Penso al “piuttosto che” usato al posto di oppure, o ai vari “settimana prossima”, “passo su Roma”, “mi auspico”, “parla che”; penso alle tante parole ed espressioni inglesi del tutto superflue. Ma smettere di essere passivi vuol dire anche non accontentarsi delle frasi smozzicate che ci scambiamo nei messaggini e nei social network. E coltivare una lingua – parlata, ma soprattutto scritta – che sia ancora capace di argomentare: di strutturare in maniera compiuta un testo o un discorso, usando le tante possibilità e sfumature messe a disposizione dal nostro meraviglioso italiano.

Alla fine del tuo libro c’è una ricca appendice per mettere alla prova la nostra conoscenza dell’italiano. A chi è dedicata?
A tutti, credo, può capitare di avere qualche dubbio riguardo alla corretta pronuncia o grafia di una parola, alla corretta costruzione di una frase, al preciso significato di una parola. Ecco: anche il dubbio è un modo per prendersi cura della nostra lingua. Perché farsi venire dubbi vuol dire andare ad approfondire, vuol dire studiare e alimentare nuova curiosità verso la storia e le strutture della lingua in cui viviamo.

Giuseppe Antonelli  “Un italiano vero” , Rizzoli 2016

Giuseppe Antonelli (Arezzo, 1970) insegna Linguistica italiana all’Università di Cassino, collabora all’inserto “La lettura” del “Corriere della Sera”, conduce su Radio Tre la trasmissione settimanale La lingua batte. Dal 2015 racconta storie di parole nel programma televisivo Il Kilimangiaro, in onda la domenica su Rai Tre. Tra i suoi ultimi lavori: Comunque anche Leopardi diceva le parolacce. L’italiano come non ve l’hanno mai raccontato (Mondadori, 2014); la curatela, con Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin, della Storia dell’italiano scritto (Carocci, 2014) e, con Emiliano Picchiorri, la grammatica per il biennio L’italiano, gli italiani (Einaudi scuola, 2016).

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