L’italiano nel mondo

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Il libro nasce dall’inchiesta “Italiano 2010. Lingua e cultura italiana all’estero” promossa dal Ministero degli esteri, con lo scopo di valutare l’interesse che l’italiano suscita fuori dai confini nazionali e si rifà alla precedente indagine “Italiano 2000” di De Mauro.

Ne parliamo con gli autori Claudio Giovanardi e Pietro Trifone


L’italiano è ancora oggi una delle cinque lingue più studiate all’estero, dopo l’inglese, in gara con il francese, lo spagnolo, il tedesco, e prima del cinese.  Quali sono le motivazioni per cui la nostra lingua mantiene questa posizione?

Lo studio dell’italiano è promosso da una pluralità di cause, come si addice alla lingua di un Paese che possiede diverse anime, coniugando a suo modo tradizione e modernità. Tuttavia la motivazione principale per apprendere l’italiano resta ancora oggi il legame con una cultura che costituisce uno dei vertici della civiltà occidentale e attira perciò le più disparate menti ed energie, dagli operatori turistici internazionali ai discendenti degli italiani emigrati all’estero. Se è vero che in America Latina le radici familiari non smettono di pesare sul piatto della bilancia, mentre in Africa assumono un ruolo di primo piano le prospettive occupazionali, è altrettanto vero che questi moventi e obiettivi più peculiari tendono comunque a essere accompagnati e sostenuti anche dagli interessi di tipo culturale e dalle richieste di formazione universitaria (queste ultime sono forti, per esempio, in Europa orientale).

Come rafforzare la presenza della nostra lingua in Paesi dove c’è già una rilevante richiesta di italiano?

Il problema dell’insegnamento dell’italiano all’estero è dato dalla pluralità dei soggetti che se ne prendono cura. A voler tacere delle scuole private, corsi di lingua italiana sono impartiti nelle università, negli istituti italiani di cultura e nei comitati della società Dante Alighieri. Spesso tali enti marciano ciascuno per proprio conto, senza nessun tipo di interazione, con il doppio effetto di moltiplicare i corsi e di disperdere talvolta l’offerta didattica. Sarebbe necessario un ufficio di coordinamento, che fosse in grado di raccogliere e selezionare la domanda crescente di italiano in molte zone del pianeta e di indirizzare ciascun utente potenziale verso l’offerta più consona alle sue esigenze.

Come può la diffusione della lingua italiana supportare gli interessi dell’Italia a svolgere un ruolo attivo nei nuovi assetti geopolitici in particolare nel bacino del Mediterraneo?

In effetti la promozione dell’italiano nei paesi che si affacciano nel Mediterraneo, così come in altri dell’Africa, del Medio e dell’Estremo Oriente, appare in sintonia con interesse dell’Italia a svolgere un ruolo attivo nei processi economici e negli assetti politici che si vanno delineando. Occorre quindi rafforzare i canali di diffusione dell’italiano nelle aree citate, anche ampliando la presenza delle istituzioni e delle figure destinate a tale funzione.   Non va neppure dimenticato che una parte cospicua degli immigrati in Italia provengono proprio da queste zone, dove l’insegnamento dell’italiano diventa il primo passo verso una migliore accoglienza e una migliore integrazione.

Nei paesi italofoni a noi vicini – come la Svizzera o per altri versi la Slovenia – la nostra lingua invece mostra segnali di sofferenza. Come si può spiegare?

Distinguerei il caso della Svizzera, dove l’italiano è lingua ufficiale e normalmente parlata nel Canton Ticino e in altri Cantoni minori, da quello della Slovenia, dove l’italiano è lingua di confine e di una minoranza di italiani lì residente. In Svizzera, obiettivamente, la concorrenza di lingue forti a livello europeo come il tedesco e il francese, oltre all’irresistibile ascesa dell’inglese, finisce con il comprimere lo spazio dell’italiano. Occorrerebbe studiare un’apposita politica di rilancio della nostra lingua. In Slovenia, come in tutta l’area balcanica, seppure in modo difforme e diseguale, l’italiano mostra impensati picchi di popolarità, seppure il retaggio di antiche diatribe storico-politiche possa aver pesato negativamente sull’immagine della nostra lingua. Ma nel caso della Slovenia si può nutrire un ragionevole ottimismo circa le future sorti della nostra lingua.

Per finire per quale motivo un giovane oggi è attratto dalla nostra lingua? Si può pensare lo studio dell’italiano senza perdere di vista il passato ma con lo sguardo aperto al futuro?

I motivi che possono spingere un giovane a studiare l’italiano possono senz’altro essere inquadrati entro una proficua convivenza di passato e presente. La millenaria cultura italiana, l’arte, la musica, le città, filtrano il proprio passato alla luce di ciò che ne resta come testimonianza oggi. Io credo che un ragazzo abbia nello studiare l’italiano le medesime spinte che può trovare nello studio di qualsiasi grande lingua europea di cultura, come il francese, l’inglese, lo spagnolo, il tedesco.
Nell’esercizio di composizione che abbiamo chiesto di svolgere, una studentessa di Chicago scrive che persino il centro storico di Roma «sente moderno nonostante gli edifici antichi» (dove “sente moderno” è un calco di “feels modern”). All’altro capo del mondo, un suo coetaneo di Pechino ribadisce: «Nella mia impressione, l’Italia è una delle più moderne città nel mondo e sia una città d’arte che una città stimolante, città di antiche origini» (ovviamente “città” sta per “paese, nazione”). La formula del successo suggerita da questi due giovani è chiara, e consiste nella capacità di fondere armonicamente le memorie di un passato straordinario con gli stimoli al rinnovamento della cultura moderna. Come non essere d’accordo?

 
Gli autori

Claudio Giovanardi è nato e vive a Roma. È  professore ordinario  di Linguistica italiana presso l’Università Roma Tre. È socio ordinario dell’Accademia dell’Arcadia. Tra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo: Inglese-Italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi?, nuova edizione riveduta e ampliata, San Cesario di Lecce, Manni, 2008 (con R. Gualdo e A. Coco); Petrolini inedito. Commedie, macchiette e stornelli mai pubblicati. A cura di C. Giovanardi e I. Consales, Roma, Gremese, 2010;  L’italiano da scrivere. Strutture, risposte, proposte, Napoli, Liguori, 2010; L’italiano nel mondo (con P. Trifone), Roma, Carocci, 2012

Nato a Roma, Pietro Trifone è professore ordinario di Storia della lingua italiana nell’Università di Roma “Tor Vergata”. Socio dell’Accademia dell’Arcadia e e dell’Accademia della Crusca, Trifone è condirettore delle riviste «La lingua italiana» e «Carte di viaggio», nonché coordinatore della collana «La lingua delle città italiane» edita da Carocci. Dal 1996 al 2004 è stato rettore dell’Università per Stranieri di Siena. Negli ultimi anni ha pubblicato le seguenti opere: Malalingua. L’italiano scorretto da Dante a oggi (Il Mulino, 2007); Storia linguistica di Roma (Carocci, 2008); Storia linguistica dell’Italia disunita (Il Mulino, 2010); con Claudio Giovanardi, L’italiano nel mondo (Carocci, 2012). Per Carocci ha anche curato il volume Lingua e identità. Una storia sociale dell’italiano (II ed. 2009). 

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