L’italiano è meraviglioso

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marazzini_okIntervista a Claudio Marazzini  presidente dell’Accademia della Crusca autore del volume “L’italiano è meraviglioso” edito da Rizzoli.

L’italiano è meraviglioso: figlio del latino, lingua colta e raffinata e amata all’estero. Presidente Marazzini stiamo perdendo questo meraviglioso patrimonio?
Un patrimonio di cultura, in realtà non si perde mai, perché resta a disposizione della generazione presente e dei posteri in forma di libri, di biblioteche, grazie agli autori destinati a durare nel tempo. Questo patrimonio è internazionale: ne potranno usufruire con vantaggio tutti, nel corso dei prossimi secoli, ma soltanto gli italiani lo possono tradurre già ora in azione diretta per proseguire subito, nella medesima terra, nel medesimo spazio geografico, un percorso di civiltà che è cominciato nel Medioevo, proseguito nell’Umanesimo e nel Rinascimento.  In questo senso, davvero stiamo perdendo quel patrimonio, perché troppi tra coloro che appartengono alla classe dirigente, o alla classe più abbiente, guardano esclusivamente oltre confine, e maturano un’ignoranza via via crescente delle tradizioni culturali nazionali. Non conoscono i nostri classici, sanno poco della nostra storia. Hanno studiato all’estero, spesso privilegiando una brutale concretezza, nutrita di markenting e di teorie finanziarie d’oltreoceano.

Il proliferare degli anglismi, ma anche un grave peggioramento delle nostre cognizioni linguistiche stanno logorando la nostra lingua?
Sì purtroppo: si diffonde una diminuzione di competenze subdola, che si infila dappertutto, e talvolta colpisce persino gli operatori dei mezzi di comunicazione. Voglio aggiungere un nuovo esempio a quelli che ho portato nel libro. È fresco fresco, registrato questa mattina ascoltando il Tg1 delle h 8. Si parlava dell’eruzione di un vulcano delle Hawaii, davanti alla quale la gente fugge. Il giornalista non ha trovato di meglio che dire: “l’eruzione è stata anticipata dai geologi”. Ovviamente la frase, per avere senso, richiedeva il verbo “prevedere” o “annunciare”, non “anticipare”, perché si “prevede” qualche cosa che accade da sé, ma “anticipare” qualche cosa implica un intervento attivo: non si può “anticipare” un’eruzione del vulcano, a meno di essere capace di infilarsi nella bocca del vulcano stesso per provocare un’eruzione artificiale. Pura fantascienza! Il sottile errore semantico è stato favorito dal fatto che si può “anticipare una notizia”. Si poteva dunque anticipare la notizia che ci sarebbe stata un’eruzione, ma non si poteva anticipare l’eruzione medesima. Errori del genere sono talmente frequenti che passano addirittura inavvertiti. La comunicazione, a questo punto, diventa approssimativa e grossolana.

La lingua italiana va tutelata dall’uso eccessivo di anglicismi, ma come si fa a distinguere tra anglismo “utile” o “inutile”?
Ho dedicato alcune pagine del mio libro a questa distinzione, mostrando il massimo ossequio per le innovazioni scientifiche, le quali arrivano, cosa ovvia, con il loro nome originale, come è accaduto nel caso di wi-fi o di tablet. È molto più seccante, invece, che ci propongano nomi inglesi per concetti o azioni  ben note anche da noi: per esempio, ora è di moda introdurre nelle scuole italiane il “debate”. Come se la retorica classica, fin dal tempo dei romani, non avesse previsto il “dibattito” come esercizio di opinione! Come se questo tipo di esercizio non fosse stato rinnovato fin dal Seicento, nella scuola dei Gesuiti! In questo caso l’anglismo svela un provincialismo culturale avvilente. Di recente abbiamo polemizzato con un certo “sillabo” pieno di termini inglesi, introdotto nelle scuole con l’intento di trasformare i nostri giovani in imprenditori. Come se bastasse una spruzzata di inglese per formare un imprenditore.

La RAI ha unificato la lingua negli anni ’50. Quale può essere il suo ruolo oggi?
Il ruolo della RAI può essere altrettanto importante oggi, purché si sappia uscire dal conformismo. Se la RAI rifiuta di trasmettere luoghi comuni, se ha il coraggio di chiamare “educazione” quello che tempo fa aveva battezzato “education”, se riesce a mettere da parte la propensione per i tic linguistici, se evita di diffondere anglismi inutili, come il “debate” di cui parlavamo prima, o le forme anomale, come il “piuttosto che” al posto di “o” (innovazione incomprensibile da qualunque punto di vista la si consideri, giustamente deriva persino da un cantautore di nome Lariccia), allora la RAI può diventare, com’è stata in passato, come è nella sua vocazione originaria, una grande maestra di lingua, dotata di forza unificatrice.

L’Accademia della Crusca è sempre stata vicina alla Comunità radiotelevisiva italofona e di questo vi ringraziamo molto. Quali consigli può darci per promuovere e diffondere in maniera sempre più efficace l’italiano, principale obiettivo della nostra associazione?
È vero: la promozione dell”italiano è una grande missione delle Radio italofone (si noti: ho detto “missione”, non “mission”, appunto per prendere le distanze da coloro i quali imitano pedestremente i meccanismi del marketing). La Comunità Radiotelevisiva Italofona ha il grande merito di operare anche fuori d’Italia, e quindi sostiene la nostra lingua laddove a volte è più debole. In questi contesti, in cui l’italiano è posto a confronto con altre lingue internazionali o con lingue di altri stati, come accade in Svizzera o in Slovenia, i giornalisti sono più attenti. Sono abituati alla traduzione, al confronto. Ci tengono a valorizzare il proprio idioma, proponendo una comunicazione di qualità. La medesima attenzione deve essere consigliata anche alle radio nazionali, che si muovono in un terreno più sicuro, ma sono terribilmente esposte alle mode transitorie. I veri pericoli per la lingua non vengono comunque di lì: i veri pericoli sono determinati da scelte infauste della classe dirigente, quando, con esibita ostinazione, sembra cercare di disfarsi della lingua italiana. Purtroppo sono stato costretto a offrire un ricco campionario di questa ostinazione, e ho cercato di descriverne le pericolose conseguenze, dannose sul piano della coesione sociale, rischiose per il futuro del paese. Mi riferisco anche a certi comportamenti dell’università, che hanno dato origine persino un contenzioso giudiziario, opponendo cento docenti al loro Rettore. È una vicenda a cui dedico molte pagine del mio libro, pagine tristi, dove si dà conto di una catena di furiose polemiche svoltesi a colpi di articoli di giornale. Sono pagine tristi del mio libro, come ho detto, ma sono anche pagine agguerrite, perché non si può cedere di fronte a chi pretende di emarginare la lingua italiana.

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