Le parole disabitate

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Qualche tempo fa l’uscita della nuova edizione di un noto dizionario ha fatto spendere fiumi di inchiostro sui neologismi e gli anglismi presenti nella nostra lingua. Ma cosa succede alle parole desuete, quelle che non usiamo più, che si perdono nel marasma di un italiano sempre in continuo divenire? Vanno in rovina, vengono abbattute e sostituite da vocaboli di nuova concezione, semplicemente spariscono dalle nostre vite e anche dalla nostra lingua?

Ne parliamo con l’autrice Raffaella De Santis che dedica alle parole “disabitate” un libro piacevole da leggere anche per i non addetti ai lavori, un volume ricco di un centinaio di parole in gran voga nel secolo scorso, ma che ora sono a rischio di estinzione.

Come le è venuta l’idea di scrivere questo lungo elenco ragionato e approfondito?
Volevo restituire il ‘900 attraverso parole chiave, ma mi sono subito resa conto che i vocaboli che andavo appuntando avevano nel tempo modificato il loro significato o erano addirittura scomparsi. Avevo davanti a me una lista di parole che negli anni era andata modificandosi e da lì sono partita, indagando tra cronache giornalistiche e letterarie, canzoni, diari e memorie. La mia idea è stata quella di riabitare un linguaggio perduto, popolato da “compagni”, “alternativi, “scapoli”, intellettuali “organici” e “playboy” vecchia maniera.

Qual è il pubblico a cui si rivolge?
Non è il lavoro di una linguista, ma la testimonianza di una lettrice e di un’appassionata, dunque credo possa rivolgersi a chiunque abbia memoria di quel passato, direttamente o attraverso i libri e le narrazioni di altri. Nel libro non ci sono arcaismi, ma parole che si possono ancora trovare nei vocabolari e che però non usiamo più allo stesso modo. Ho voluto semplicemente sfruttare la loro capacità mitopoietica e metterne alla prova il potenziale narrativo, trasformandole in racconti.

Le nuove parole che hanno sostituito quelle che lei definisce con grande acume “disabitate” hanno la stessa ricchezza e le stesse sfumature di quelle più “anziane”?
Non credo si debba per forza rimpiangere il passato. Spesso le “sostituzioni” sono altrettanto interessanti. La “single” al posto della “zitella” costituisce certamente un salto di qualità. E non saprei dire se preferisco il cd o il vecchio 45 giri. In ogni caso il mio sguardo non è nostalgico, ma assume di volta in volta toni diversi a seconda delle atmosfere che va evocando. Alcuni racconti sono più ironici, altri più malinconici ed  è chiaro che il registro  risente inevitabilmente del mio punto di vista.

Non si corre il rischio di uno sguardo rivolto al passato e poco attento ai cambiamenti e al futuro?
Non si tratta di archeologia linguistica. Non è un’operazione di salvataggio delle specie estinte. E’ semplicemente una maniera per riattivare la memoria attraverso ciò che abbiamo di più vicino: la nostra lingua, il nostro modo di esprimerci. Ciò che siamo è dato anche dalle tracce di ciò che abbiamo lasciato per strada: siamo il risultato di un’opera di stratificazione che non può essere misconosciuta.

Autocoscienza, brillantina, dazebao, mondane, scapolo, varietà, zuzzurellone. Il percorso tra vocaboli scaduti diventa anche un percorso attraverso la storia del nostro Paese, della nostra cultura e non solo della nostra lingua.
Spesso basta una parola a riaccendere la memoria di un periodo. Il ‘900 è stato segnato da molte intime contraddizioni: è stato un secolo “avanguardista” e “benpensante”, “anticonformista” e “autarchico”. Il secolo delle “epurazioni” e dei “proletari”. Gli anni ‘70 erano quelli delle sedute snervanti di “autocoscienza” e dei “dazebao” appesi alle pareti delle “comuni” in cui vivevano gli “alternativi”.  Oggi nessuno più direbbe “zuzzurellone” e la parola non è neanche più l’ultima del vocabolario, ma forse qualcuno ricorda di averla sentita in bocca alla nonna o di averla letta da qualche parte, magari in una poesia di Toti Scialoja, che in Amato topino caro si divertiva ad inseguire le allitterazioni della “z”.

Tra le righe si legge una certa malinconia verso una lingua più ricca e più variegata nella definizione di persone e situazioni.
Se c’è malinconia, c’è verso i vuoti della nostra memoria. Niente è più malinconico di non ricordare. E’ normale che la lingua cambi, nessuno si scandalizza per questo. E’ anche normale che tenda alla semplificazione, per risparmiare energie ed economizzare gli sforzi. Ma non voltarsi mai a guardare cosa c’è dietro, cosa ci lasciamo  alle  spalle, significa dimenticare chi siamo. Mi piaceva ricordare alcune parole che ci hanno accompagnato fin qui.

Raffaella De Santis
Nata a Rieti nel 1971, vive a lavora a Roma. Giornalista per le pagine culturali di “Repubblica”, questo è il suo primo libro.

 

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