“In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia?” – Sono molte? Sono troppe?

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tullio-de-mauro2Ne parliamo con Tullio De Mauro, autore di numerosi volumi sulla lingua italiana fino a quest’ultimo, “In Europa son già 103 – Troppe lingue per una democrazia?” (Laterza 2014)  in cui afferma chiaramente che la conquista della piena democrazia in Europa passa anche dalla lingua.

 

Perché la questione della lingua è così centrale?
Non è una novità. Lo sappiamo dai tempi di Aristotele. Una polis, una comunità di uomini liberi, ha bisogno di una lingua comune per decidere, diceva l’antico filosofo greco, ciò che conveniente o non conveniente, giusto o ingiusto per la vita della comunità, La novità, rispetto a quei tempi, è che la democrazia si è allargata da un gruppo ristretto di maschi liberi, che escludeva donne e schiavi, all’intero insieme degli abitanti di un paese. Senza comunanza di lingua è difficile discutere e deliberare sulle molte questioni che intessono la vita di una comunità. Oggi l’Unione europea è fondata su un patto, un accordo tra governi di paesi diversi, ognuno con una sua piena autonomia. Così ogni paese può conservare una sua lingua diversa dalle altre. I cittadini dei vari paesi eleggono i loro parlamenti e governi e tocca ai vertici governativi soltanto il compito di cercare di capirsi servendosi di alcune lingue comuni solo a loro, ai loro uffici. Se mai domani dovesse trovare piena attuazione il Manifesto di Ventotene che durante la guerra mondiale lanciò l’idea di un’Europa unita, se mai davvero l’Europa diventasse non una somma di nazioni, ma una unica comunità democratica, il possesso di una lingua comune a tutti i cittadini diventerà una necessità.

Il candidato ideale tra le lingue europee è ovviamente l’inglese. Ma l’inglese diffuso come lingua standard non metterebbe a rischio le lingue nazionali?
Non è detto. E non è detto per vari motivi. Il primo è che molti paesi europei hanno costruito il loro stato partendo dalla loro comunanza linguistica reale o a volte solo desiderata e mitizzata. Siamo attaccati alle nostre diverse tradizioni linguistiche come ad elementi costitutivi nostre rispettive nazionalità. E tutte, dal più al meno, sono cariche di storia letteraria, artistica, civile. Nel piccolo libro di cui stimo parlando ho cercato di sottolineare questa valenza profonda delle nostre lingue diverse. Non è pensabile sradicarle o cancellarle. Ci si chiede: ma una lingua comune non cancellerà le diverse lingue nazionali? La risposta sta nella storia, nel presente e anche, da non dimenticare, nel nostro cervello. Nella storia possiamo ricordare molti casi, ma è tipico e noto quello del latino: l’uso diffuso del latino in tutt’Europa nei secoli che vanno dal Mille alla prima età moderna non solo non cancello, ma rafforzò e raffinò l’uso delle nostre diverse lingue nazionali. Il francese nell’Africa francofona e soprattutto l’inglese, proprio l’inglese, nell’immenso subcontinente indiano e in altre decine di paesi in cui è stato adottato come lingua seconda dell’amministrazione, degli uffici, della politica non hanno cancellato gli idiomi locali, che convivono e prosperano come avvenne alle lingue europee col latino. Quel che una certa miopia e anche un malinteso amor di patria impediscono di vedere è che il nostro cervello padroneggia tranquillamente più di una lingua. Del resto, infine, ricordiamoci che al momento dell’unificazione politica italiana e ancora in anni a noi più vicini l’italiano era parlato soltanto da una minoranza della popolazione. La maggioranza sapeva parlare e capire solo uno dei tanti dialetti. Per cento anni la scuola esercitò una politica dialettofobica, ma i dialetti ovviamente tanto radicati hanno resistito. Con la costruzione di uno stato democratico abbiamo imparato quasi tutti a parlare italiano. E i dialetti continuano a essere in uno, alternati con l’uso dell’italiano, per metà della popolazione. Il multilinguismo non è un’utopia e non è un’utopia pensare che accanto a molte lingue locali una comunità si appropri di una lingua comune a tutti.

Lei accenna al plurilinguismo svizzero.  Può essere un modello valido in Europa?
Certo è interessante, ma vale per un paese di dimensioni troppo inferiori rispetto all’Europa.

E’ stata lanciata in questi giorni una petizione per invitare il governo italiano, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese a parlare un po’ di più in italiano. Lei ha firmato? Cosa ne pensa?
No, non ho firmato. A parte una fastidiosa vicinanza con gli anatemi di epoca fascista, quanto il bar si sarebbe dovuto chiamare quisibeve e l’ouverture overtura e via scioccheggiando, la questione è più complicata di quel che i petitori pensano:l’uso di parole inglesi dove avremmo a disposizione ottime parole italiane, è il caso di jobs act, spending review, trend eccetera, è dettato da un misto di ignoranza, snobismo e, a volte, volontà deliberata di non far capire bene le cose. Ma lo stesso misto agisce in modo nefasto in gran parte della comunicazione pubblica dove imperversano inutili parole difficili e incomprensibili: il rinvio di una decisione o di una sentenza che aspettiamo non viene detta in buon italiano rinvio ma atto soprassessorio, e chi ci capisce è bravo. Educhiamoci tutti a usare parole appropriate e comprensibili e lasciamo le parole che pochi conoscono alle sedi tecniche o alle lingue altre in cui sono appropriate.
Tutto quello che ho cercato qui di dire in modo spero non incomprensibile invece detto in linguistichese, negli atti dell’accademia dei dotti di Trebisonda, potrebbe condensarsi in una sola frase: “la dinamica diacronica delle interazioni tra acroletti e socioletti comporta necessariamente l’interferenza superstratica in dimensione diastratica degli apparati lessematici, anzitutto, ma anche morfosintattici, con conseguenti riflessi anche basilettali.” Una frase repellente, abominevole, come tante che capita di sentire o leggere, anche se non c’è un solo anglismo.

Tullio De Mauro (Torre Annunziata, Napoli, 1932) è professore emerito di linguistica generale dell’università di Roma La Sapienza, dove ha insegnato filosofia del linguaggio e linguistica generale come professore incaricato (1961-66), poi come professore ordinario nella Facoltà di lettere. Accademico della Crusca, socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei, è dottore honoris causa  di diverse università europee e dell’università Waseda di Tokyo. Ha pubblicato lavori di linguistica storica e teorica, di semantica e linguistica educativa, alcuni scritti o tradotti in varie lingue. Ha pubblicato  un Grande dizionario dell’italiano dell’uso (8 volumi, Torino, UTET, 2007) e cura da alcuni mesi un dizionario on line nel sito del settimanale “Internazionale”.

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